Si è spento all’età di 88 anni Umberto Pizzi, il fotografo che per quasi sessant’anni ha immortalato l’Italia attraverso i volti dei suoi protagonisti, dai divi di Hollywood nella Roma della dolce vita ai potenti della politica e dell’alta società. Avrebbe compiuto 89 anni tra pochi giorni, il prossimo 7 ottobre.
Nato a Zagarolo, alle porte di Roma, nel 1937, Pizzi lascia un archivio sterminato di circa due milioni di fotografie che il Ministero dei Beni Culturali ha deciso di conservare per le future generazioni. Un patrimonio che racconta oltre mezzo secolo di storia italiana, dai teatri di guerra del Medio Oriente ai salotti esclusivi della Capitale, dai set di Cinecittà alle serate mondane che hanno definito un’epoca.
Da oltre dieci anni collaborava con Il Fatto Quotidiano, dal portfolio settimanale con Fabrizio D’Esposito sul quotidiano e sul mensile Millennium alla rubrica video “Pizzi e Merletti” sul sito. Il suo obiettivo era sempre puntato sullo stesso soggetto: il lato smodato e dal gusto discutibile dell’alta società romana, quello che lui stesso definiva il trash del jet set.
La carriera di Pizzi è iniziata lontano dai riflettori. Giovanissimo, ha lavorato come fotoreporter di guerra per conto della FAO in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania. Fu proprio la picture editor della FAO a suggerirgli la carriera alternativa da paparazzo.
Negli anni Sessanta Pizzi diventa uno dei protagonisti della dolce vita romana, frequentando via Veneto, Fregene e i locali più chic del centro storico. Il suo metodo era quello di osservare da vicino e attendere il momento rivelatore. Un’espressione, un gesto, una smorfia diventavano più importanti del ritratto ufficiale.
Non mancavano gli scontri. “Stesi Gerard Depardieu con un cazzotto in faccia. Lui era ubriaco dopo una serata al Jackie O’. Scattai una foto e lui provò a colpirmi ma mi mancò. Io invece lo presi bene“. Negli anni Settanta e Ottanta Pizzi si trasforma in fotocronista della mondanità e della politica italiana. Nel 1988 diventa giornalista pubblicista. Le sue fotografie compaiono su Time, People Magazine, Sunday Express Magazine e sulle principali testate nazionali.
La foto preferita era invece quella di Enrico Berlinguer a Piazza Augusto Imperatore, circondato da operai in pausa pranzo che mangiano il panino e si riparano dal sole indossando l’Unità a mo’ di cappello. “Quello scatto non mi ha dato una lira, ma io amavo Berlinguer. Era piccolo, minuto, dal carisma enorme. Quella foto è la prova che meritava tutto il mio rispetto“.
Negli anni Duemila collabora con Dagospia e pubblica due libri, “Cafonal” e “Ultracafonal”, collezioni di volti e gesti dell’alta società colti nei momenti più assurdi. La sua indole politica tendente a sinistra non l’ha mai nascosta. La foto che non è mai riuscito a vendere? Silvio Berlusconi con la mano sulle parti intime. “Non avrei mai creduto che si grattasse i suoi giocattoli in mezzo ai presidenti della Repubblica, di Camera e Senato. Berlusconi lo facevo ben cafone, ma non così“, disse in un’intervista. “La proposi a Franco Bechis, direttore del Tempo. Mi guardò e disse: ‘Ma che sei scemo?'”.
