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Home » Cultura » Gli umani preistorici facevano strumenti con le ossa: la scoperta è importantissima

Gli umani preistorici facevano strumenti con le ossa: la scoperta è importantissima

Scoperti in Tanzania strumenti ossei di 1,5 milioni di anni, antichissimi. Indicano capacità cognitive superiori nei primi uomini.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino6 Marzo 2025
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strumenti ossei
strumenti ossei ritrovati in Tanzania (fonte: CNN)

Gli archeologi hanno fatto una scoperta straordinaria nella Gola di Olduvai, in Tanzania. Un insieme di strumenti ossei risalenti a 1,5 milioni di anni fa. Questa collezione, che include 27 frammenti di ossa di ippopotamo ed elefante, risulta essere la più antica testimonianza nota di strumenti in osso, anticipando di circa un milione di anni le precedenti evidenze. L’analisi dei reperti suggerisce che i primi Hominini applicassero agli strumenti ossei le stesse tecniche di scheggiatura utilizzate per la lavorazione della pietra, evidenziando un’evoluzione significativa nelle loro capacità cognitive e tecniche.

Fino a oggi, gli strumenti ossei più antichi conosciuti erano datati tra 250.000 e 500.000 anni fa e rinvenuti in siti europei. Questa nuova scoperta estende di molto la linea temporale della tecnologia ossea e suggerisce che gli Hominini di 1,5 milioni di anni fa avessero già una comprensione avanzata della lavorazione dei materiali. I reperti mostrano segni di scheggiatura intenzionale, con bordi affilati ottenuti attraverso un processo simile alla lavorazione della pietra, un’innovazione tecnologica fino a oggi non documentata in epoche così remote.

La Gola di Olduvai è nota per essere un sito chiave nella storia dell’evoluzione umana, avendo restituito numerosi fossili di ominini come Homo habilis e Homo erectus. Questo ritrovamento suggerisce che questi gruppi non solo producevano utensili di pietra, ma erano anche in grado di sfruttare le ossa degli animali per creare strumenti funzionali, ampliando così le loro risorse tecnologiche.

ricercatrice che conserva gli strumenti ossei
ricercatrice che conserva gli strumenti ossei (fonte: CNN)

Le analisi mostrano che gli strumenti ossei erano prodotti in modo sistematico e uniforme, un segno di una conoscenza avanzata delle tecniche di scheggiatura. La grandezza degli utensili variava a seconda del tipo di osso utilizzato. Quelli ricavati da ossa di elefante potevano raggiungere i 38 cm di lunghezza, mentre quelli di ippopotamo erano leggermente più piccoli. La scelta di utilizzare solo ossa lunghe e dense suggerisce una consapevolezza nella selezione delle materie prime.

Gli archeologi ipotizzano che questi strumenti potessero essere usati per la lavorazione delle carcasse animali o per la creazione di nuovi utensili. Sebbene non vi siano prove dirette del loro impiego, le caratteristiche dei reperti indicano un uso pratico e intenzionale. Inoltre, la loro diffusione in un unico livello stratigrafico suggerisce un’adozione regolare di questa tecnologia piuttosto che un evento isolato.

Non è ancora chiaro quale specie abbia realizzato questi strumenti, poiché non sono stati trovati resti umani associati. Tuttavia, data la presenza documentata di Homo erectus e Paranthropus boisei nella regione, è probabile che uno di questi gruppi sia stato il responsabile di questa innovazione tecnologica.

Questa scoperta modifica profondamente la comprensione dell’evoluzione tecnologica umana. Prima di essa, il passaggio dalla tradizione Oldowan, caratterizzata da strumenti di pietra semplici, alla più complessa tradizione Acheuleana era stato studiato solo attraverso l’analisi degli utensili in pietra. Ora si comprende che già 1,5 milioni di anni fa gli antenati degli uomini stavano ampliando il loro repertorio tecnologico, incorporando nuove materie prime e dimostrando capacità cognitive più avanzate di quanto precedentemente ipotizzato.

Perché però gli strumenti ossei non sono stati documentati più frequentemente nel sito archeologico? Forse la loro maggiore deperibilità rispetto alla pietra ha reso più difficile la loro conservazione nel tempo. Oppure, potrebbe essere necessario rivedere le collezioni museali esistenti alla ricerca di ulteriori prove di questa tecnologia finora trascurata.

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