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Home » Ambiente » Animali » Demenza nei gatti: c’è un fattore comune agli umani che può salvare milioni di persone

Demenza nei gatti: c’è un fattore comune agli umani che può salvare milioni di persone

I gatti sviluppano demenza come gli umani. Una ricerca università Edimburgo trova la stessa proteina tossica. I benefici? Per tutti.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino24 Agosto 2025
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Signora anziana coccola il suo gatto
Signora anziana coccola il suo gatto

Una ricerca dell’Università di Edimburgo rivela sorprendenti somiglianze tra la demenza felina e l’Alzheimer. Lo studio ha evidenziato che i gatti possono sviluppare la demenza in modo molto simile agli esseri umani. I ricercatori hanno esaminato i cervelli di 25 gatti dopo la loro morte e hanno fatto una scoperta importante che potrebbe cambiare il modo in cui studiamo e curiamo questa malattia.

Nei cervelli dei gatti che avevano mostrato segni di demenza, i ricercatori hanno trovato un accumulo di una proteina tossica chiamata amiloide-beta. Questa è esattamente la stessa proteina che si trova nei cervelli delle persone con demenza e Alzheimer. I felini con demenza mostravano comportamenti simili a quelli umani: confusione e disorientamento, sonno disturbato durante la notte e miagolii eccessivi.

gatto arancio addormentato
gatto arancio addormentato (fonte: Unsplash)

Finora, per studiare l’Alzheimer, gli scienziati usavano principalmente topi geneticamente modificati in laboratorio. Il problema è che questi topi non sviluppano naturalmente la malattia. I gatti invece sì, quindi potrebbero essere un modello di studio più accurato e naturale. Inoltre questo vuol dire che i nuovi trattamenti per l’Alzheimer umano che potrebbero funzionare anche sui gatti (con somma gioia dei loro proprietari) e soprattutto che le ricerche possano essere più veloci e accurate.

Lo studio, condotto in modo non invasivo su cervelli di gatti deceduti, è stato finanziato da Wellcome e UK Dementia Research Institute è stato pubblicato sull’European Journal of Neuroscience.

PETA ha apprezzato il metodo rispettoso, ma si oppone a future sperimentazioni su gatti vivi.

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