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Home » Cultura » Storia » Challenger, 40 anni fa la tragedia: 73 secondi di volo, poi l’esplosione dello Shuttle davanti alle telecamere

Challenger, 40 anni fa la tragedia: 73 secondi di volo, poi l’esplosione dello Shuttle davanti alle telecamere

Il 28 gennaio 1986 lo Shuttle Challenger esplodeva in diretta. Quarant'anni dopo, ricordiamo il sacrificio dei sette eroi dello spazio.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino28 Gennaio 2026
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Shuttle prima della partenza
Shuttle prima della partenza (fonte: YouTube)

Il 28 gennaio 1986 è una data rimasta scolpita nella memoria collettiva come il giorno in cui il sogno dello spazio si infranse in diretta mondiale. Sono passati esattamente quarant’anni da quel martedì mattina a Cape Canaveral, quando lo Space Shuttle Challenger si sbriciolò nel cielo della Florida appena 73 secondi dopo l’accensione dei motori. Non fu solo un fallimento tecnologico, ma un trauma generazionale: milioni di studenti americani erano sintonizzati dalle loro aule per seguire un evento senza precedenti.

Quella missione, chiamata STS-51-L, non era un volo come gli altri. Tra i sette membri dell’equipaggio c’era Christa McAuliffe, un’insegnante di storia delle scuole superiori del New Hampshire. Christa non era un’astronauta di professione; era stata scelta tra migliaia di candidati per il progetto “Teacher in Space”. Il suo compito era rivoluzionario: trasformare lo spazio in un’aula scolastica, tenendo lezioni di scienze in orbita per spiegare ai ragazzi che il cosmo era ormai a portata di mano.

Insieme a lei, il comandante Dick Scobee guidava un gruppo affiatato composto dal pilota Michael John Smith e dagli specialisti Judith Resnik, Ellison Onizuka, Ronald McNair e Gregory Jarvis. Erano il volto di un’America multiculturale e ottimista, pronta a sfidare le leggi della fisica.

La causa del disastro fu individuata in un piccolo ma vitale componente: una guarnizione di gomma, chiamata O-ring, situata in uno dei razzi propulsori laterali. Quella mattina la temperatura era scesa sotto lo zero, un clima insolitamente rigido per la Florida. Il freddo intenso rese la gomma rigida e meno elastica, impedendole di sigillare correttamente il giunto.

Pochi istanti dopo il decollo, una fiammata fuoriuscì dalla falla, colpendo il grande serbatoio esterno pieno di idrogeno e ossigeno liquidi. La reazione fu un’immediata disintegrazione strutturale del velivolo, che si trasformò in una nuvola bianca di fumo e detriti davanti agli occhi atterriti dei familiari presenti in tribuna e degli spettatori della CNN.

Il disastro del Challenger fermò il programma spaziale statunitense per quasi tre anni. Quel tragico sacrificio costrinse la NASA a riscrivere completamente i protocolli di sicurezza, portando alla luce le pressioni politiche che avevano spinto per il lancio nonostante i dubbi dei tecnici sulle temperature gelide.

Solamente nel 1988 gli Stati Uniti tornarono a volare con il Discovery, ma il ricordo di Christa e dei suoi compagni non è mai svanito. Ancora oggi, a distanza di quattro decenni, il Challenger ci ricorda che l’esplorazione dell’ignoto richiede un coraggio immenso e che ogni passo verso le stelle ha un prezzo umano che non dobbiamo mai dimenticare. Nel 2022, alcuni frammenti della navetta sono stati ritrovati sul fondo dell’oceano, quasi a voler restituire alla storia gli ultimi pezzi di quel sogno interrotto.

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