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Home » Spettacolo » Cos’è la Palazzina Laf, di cui si parla nel film di Michele Riondino

Cos’è la Palazzina Laf, di cui si parla nel film di Michele Riondino

Scopriamo cos'è la Palazzina Laf, di cui si parla nel film di Michele Riondino, ispirato al primo caso di mobbing in Italia all'Ilva di Taranto.
Agnese AlbertiniDi Agnese Albertini6 Dicembre 2023
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La Palazzina Laf, di cui si parla nel film di Michele Riondino e acronimo del reparo laminatoio a freddo, ha rappresentato il primo caso di mobbing in Italia, la storia vera accaduta all’Ilva di Taranto, tra novembre 1997 e dicembre 1998, quando settantanove persone vi furono confinate. Erano principalmente coloro che, a seguito della privatizzazione dell’Ilva e del passaggio dalla gestione statale alla famiglia Riva nel 1995, avevano rifiutato la modifica del loro rapporto di lavoro, ovvero il demansionamento da impiegati a operai. Molti di loro erano membri di sindacati. Si trovarono costretti a inattività, a passeggiare lungo corridoi silenziosi, avanti e indietro, a contare i buchi nel pavimento o i fori nei muri.

Il film è ambientato a Taranto e offre uno sfondo realistico, tratto dal libro “Fumo sulla città” di Alessandro Leogrande. Michele Riondino, regista per la prima volta, ha sottolineato l’importanza di raccontare questa storia, fortemente legata alla problematica dell’Ilva e a Taranto. Il contesto industriale è solo lo sfondo delle relazioni umane e delle sfide affrontate dai personaggi. Il racconto si focalizza su Caterino Lamanna, un operaio che vive vicino all’impianto siderurgico, la cui vita prende una svolta quando viene reclutato come spia aziendale. Inizialmente entusiasta, Caterino si ritrova a scoprire la dura realtà della Palazzina LAF, il reparto-lager dell’Ilva. La trama riflette sulle difficoltà della vita in fabbrica, la fiducia nella promessa di un paradiso e la pericolosità degli ambienti di lavoro tossici.

“La storia della Palazzina LAF rappresenta uno dei più infamati reparti lager del sistema industriale italiano“, afferma Michele Riondino. “Si tratta di un caso giudiziario che ha lasciato un segno nella giurisprudenza del lavoro, con 79 lavoratori altamente qualificati costretti a trascorrere intere giornate in quello che essi stessi hanno descritto in tribunale come ‘una specie di manicomio’. Per la prima volta, il confino in fabbrica è stato associato a una forma subdola di violenza privata, e grazie a questa sentenza, un termine fino ad allora non riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico è stato finalmente introdotto.”

Il film, distribuito da BIM Distribuzione e in sala dal 30 novembre, affronta tematiche politiche, ideologiche. La trama si svolge nel 1997 ed è strettamente legata a uno dei più grandi e discussi impianti siderurgici d’Europa, l’ex ILVA di Taranto, situato nel quartiere Tamburi, dove gli eventi si sono realmente svolti. L’opera prima di Michele Riondino presenta un cast corale, tra cui Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario, Michele Sinisi, Fulvio Pepe, Marina Limosani, Eva Cela, Anna Ferruzzo, con la partecipazione di Paolo Pierobon. Il film, curato in ogni dettaglio, sembra essere stato creato con la stessa attenzione dedicata a uno spettacolo teatrale, e questo è solo uno dei meriti della narrazione.

Oggi, l’Ilva, un complesso industriale di 15 chilometri quadrati fondato nel 1960 a Taranto nel quartiere Tamburi, con circa 18mila abitanti, è in una situazione difficile. Attualmente, il 62% è di proprietà di investitori indiani, mentre il 38% è detenuto dallo Stato attraverso Invitalia, ma la mancanza di risorse finanziarie crea problemi, come l’incapacità di pagare le bollette di luce e gas. L’acciaieria funziona a bassa capacità, con una produzione di soli 3 milioni di tonnellate e circa 4.500 lavoratori in cassa integrazione, una questione che la politica sembra ignorare.

Oltre alla problematica dell’occupazione, la storia dell’Ilva è strettamente legata all’inquinamento industriale causato dagli altiforni, che ha esposto i lavoratori a sostanze cancerogene come ferro, ossidi di ferro, arsenico, piombo, vanadio, nichel e cromo. Lo stabilimento è stato sequestrato dallo Stato, che ha attivato il Commissariamento dell’azienda con una gara di assegnazione per preservare l’occupazione.

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