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Home » Cultura » Storia » Cosa vuol dire Vae Victis, che il personaggio di Pedro Pascal pronuncia in Il gladiatore 2

Cosa vuol dire Vae Victis, che il personaggio di Pedro Pascal pronuncia in Il gladiatore 2

Ecco cosa significa la celebre espressione latina che ascoltiamo più volte in Il gladiatore II e che ha un'origine antichissima.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino18 Novembre 2024Aggiornato:19 Novembre 2024
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Pedro Pascal in Il gladiatore 2
Pedro Pascal in Il gladiatore 2 (fonte: Eagle Pictures)

“Vae victis” è una frase latina che significa “guai ai vinti”. Si tratta di una locuzione, divenuta poi proverbiale, che si usa quando, davanti a una sconfitta terribile, si sottolinea come la forza prevalga sul diritto. Ovvero, quando il vincitore sostiene che il vinto abbia la peggio da ogni punto di vista. Il generale Marco Acacio, interpretato da Pedro Pascal, tra i protagonisti di Il gladiatore II, pronuncia la frase con solennità e anche dolore in due momenti chiave del film. Quando conquista la Numidia, dopo averla messa a ferro e fuoco. E quando si scontra con Annone-Lucio Vero (Paul Mescal) nell’arena. Da dove nasce questo modo di dire? Secondo lo storico Tito Livio, l’autore sarebbe stato Brenno, il capo dei Galli Senoni, dopo aver occupato e saccheggiato Roma nel 390 a.C..

Una scena di Il gladiatore II
Una scena di Il gladiatore II (fonte: Paramount Pictures)

Pare che i Romani stessero pagando dei tributi in oro a Brenno, quando protestarono perché l’operazione si stava svolgendo in maniera, secondo loro, non corretta. A quel punto, il condottiero aggiunse la sua pesantissima spada sul piatto dei pesi, da pareggiare con l’oro. E pronunciò l’espressione. Come a dire, chi perde, perde tutto, poiché le condizioni di resa le dettano i vincitori, che hanno dimostrato più forza. Successivamente, il generale romano Furio Camillo, si ribellò ai Galli e portò i romani alla vittoria.

Quanto c’è di vero nella vicenda di Brenno? In realtà, gli storici danno poca attendibilità alla relazione di Tito Livio. Primo, perché ne scrisse a grande distanza temporale, quindi basandosi su informazioni non dettagliate. Poi perché il racconto tendeva a screditare i Galli che, al tempo della scrittura del libro Ab Urbe Condita,  erano da poco stati conquistati e sottomessi da Giulio Cesare. Sarebbe stata solo cattiva pubblicità, insomma.

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