Negli Stati Uniti, il numero massimo di mandati presidenziali è regolato dal XXII emendamento della Costituzione, ratificato nel 1951, che stabilisce che “nessuna persona potrà essere eletta alla carica di Presidente più di due volte“. Questa norma è stata introdotta dopo la lunga presidenza di Franklin D. Roosevelt, l’unico leader americano a essere eletto per quattro mandati consecutivi, dal 1933 fino alla sua morte nel 1945. Nel caso specifico, fu questione di opportunità e non di “egocentrismo politico”, visto che ci si trovava in piena Seconda Guerra Mondiale. La leadership di Roosevelt, dunque, era considerata essenziale per la stabilità del paese in un momento di crisi globale. Tuttavia, dopo la sua morte nel 1945, il Congresso approvò il XXII emendamento per evitare che situazioni simili si ripetessero.
Prima di Roosevelt, esisteva comunque una tradizione non scritta che limitava i presidenti a due mandati, una prassi inaugurata da George Washington e seguita da quasi tutti i suoi successori.

Nelle scorse ore, in un’intervista telefonica con NBC News, Donald Trump, già presidente dal 2017 al 2021 e rieletto nel 2024, ha lasciato intendere la possibilità di un terzo mandato, dichiarando in un’intervista del marzo 2025 di non scherzare sulla questione. “Ci sono metodi per farlo“, ha affermato, senza fornire dettagli specifici. Queste dichiarazioni hanno riacceso il dibattito politico e costituzionale sul limite dei mandati presidenziali.
Secondo gli esperti, una delle poche ipotesi plausibili per aggirare il divieto sarebbe la candidatura di Trump come vicepresidente accanto a un presidente disposto a dimettersi dopo l’elezione, permettendogli così di subentrare nuovamente alla Casa Bianca. Piano, però, quasi impossibile da praticare visto che il XII emendamento della Costituzione afferma che nessuna persona non eleggibile alla presidenza può servire come vicepresidente, rendendo questa strategia altamente improbabile.
Un’altra opzione, più radicale, sarebbe una modifica del XXII emendamento stesso. Questo processo richiederebbe l’approvazione di due terzi di entrambe le camere del Congresso o una convenzione costituzionale convocata da due terzi degli stati, seguita dalla ratifica di almeno tre quarti degli stati americani. Al momento, non esiste un sostegno politico sufficiente per una simile iniziativa.



