Si chiamano “milky seas”, mari di latte, e sono un fenomeno, spettacolare e misterioso, sperimentato da molti marinai in oltre quattro secoli. Oggi, grazie a immagini satellitari e a una nuova banca dati scientifica, abbiamo finalmente capito da cosa è originato. Il responsabile è il Vibrio harveyi, un batterio identificato per la prima volta in campioni d’acqua prelevati nel 1985 durante un evento simile.
I “milky seas”, dunque, sono una forma di bioluminescenza marina tra le più rare e persistenti. Si tratta di un bagliore continuo e diffuso su vaste superfici oceaniche, somigliante alla luce delle stelline adesive che si usano nelle camerette dei bambini. Può coprire superfici immense, durare settimane o mesi e può essere osservato anche da satelliti in orbita. La letteratura “nautica” su questo spettacolo è vastissima e comprende testimonianze antiche. Nel 1849 il capitano Kempthorne descriveva di navigare “su una distesa sconfinata di neve liquida“. E c’è chi parlava di “mare che brillava da orizzonte a orizzonte“.
I microrganismi di Vibrio harveyi emettono una luce costante e uniforme, a quanto pare per attirare pesci, che li ingeriscono e li aiutano a colonizzare nuovi ambienti attraverso il tratto digestivo.
Ma le incognite restano molte. Perché si manifestano solo in certe zone, soprattutto nell’Oceano Indiano e nei mari del Sud-est asiatico? Qual è il legame con fenomeni climatici globali come El Niño o l’Indian Ocean Dipole? E quale impatto ha questa luce continua sugli organismi che dipendono dall’oscurità per cacciare o nascondersi?
Le risposte sono tutte da trovare, intanto alcuni studiosi della Colorado State University hanno costruito il più grande archivio mai realizzato su questo fenomeno. Tra i dati raccolti ci sono diari di bordo, articoli di giornale, foto satellitari e persino racconti letterari come quello di Jules Verne in 20.000 leghe sotto i mari, in cui il mare “lattiginoso” viene raccontato come prodotto di piccoli organismi gelatinosi (quasi vero).
Il nuovo database permette di mappare le zone più colpite e identificare con quanta frequenza e quanto si verifichi il fenomeno. Tutto questo va studiato perché ogni variazione ambientale potrebbe avere ripercussioni su pesci, mammiferi marini e persino sull’atmosfera terrestre.



