Giovanni Brusca, soprannominato “il boia di Capaci” e “lo scannacristiani”, è tornato completamente libero dopo che il 31 maggio 2025 è terminata la misura della libertà vigilata di quattro anni impostagli dalla magistratura di sorveglianza. Questo rappresenta l’ultimo vincolo giudiziario per uno dei più spietati protagonisti della stagione stragista di Cosa Nostra. Brusca ha legato il suo nome alla strage di Capaci. Fu lui ad azionare il telecomando che innescò l’esplosione del 23 maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. L’attentato sull’autostrada A29, all’altezza di Capaci, rappresenta uno dei momenti più bui della storia italiana e segna l’inizio della guerra di Cosa Nostra contro lo Stato.
In Italia, la normativa sui collaboratori di giustizia è stata introdotta con il decreto-legge n. 8 del 15 gennaio 1991, convertito nella legge n. 82 del 15 marzo 1991. Questa legge, fortemente voluta da Giovanni Falcone, ha istituito un sistema “premiale” per incentivare i membri delle organizzazioni criminali a collaborare con le autorità, offrendo in cambio benefici come riduzioni di pena e programmi di protezione.
Successivamente, la legge n. 45 del 13 febbraio 2001 ha modificato la disciplina, introducendo tra l’altro un termine massimo di sei mesi per fornire tutte le informazioni inedite e rilevanti, e stabilendo che i benefici vengano concessi solo dopo la verifica dell’effettiva utilità delle dichiarazioni rese.

Giovanni Brusca è considerato autore o mandante di circa 150 omicidi, un numero che lo stesso ex boss non ha mai saputo quantificare con precisione. “Non ricordo i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento”, dichiarò durante i suoi interrogatori.
Nato nel 1957 a San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, Brusca eredita il controllo della famiglia mafiosa locale dal padre Bernardo. La sua carriera criminale si sviluppa negli anni Ottanta e raggiunge l’apice nel decennio successivo, quando diventa uno dei killer più spietati dell’organizzazione.
Oltre alla strage di Capaci, il curriculum criminale di Brusca include altri delitti particolarmente efferati. Tra questi spicca l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio tredicenne del pentito Santino Di Matteo. Brusca decise di rapire il ragazzo nei pressi di un maneggio per punire il padre collaboratore di giustizia. Il bambino fu tenuto prigioniero per oltre due anni prima di essere strangolato e il suo corpo sciolto nell’acido.
Brusca fu inoltre coinvolto negli attentati di Firenze, Milano e Roma nell’estate del 1993, che rappresentarono il culmine della strategia del terrore di Cosa Nostra contro le istituzioni italiane.
Dal 1991 Brusca diventa latitante, ma continua a guidare la Famiglia di San Giuseppe Jato. La sua fuga dura fino al 20 maggio 1996, quando viene arrestato in un casolare di Cannatello, vicino ad Agrigento.
Dopo l’arresto e un primo falso pentimento, Brusca decide di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni si rivelano decisive per ricostruire la strategia stragista di Cosa Nostra e per far luce su numerosi omicidi rimasti irrisolti. La sua cooperazione con i magistrati contribuisce all’arresto di altri importanti esponenti dell’organizzazione mafiosa.
Brusca ha scontato complessivamente 25 anni di carcere prima di essere sottoposto alla libertà vigilata nel 2021. Durante la detenzione, ha beneficiato degli sconti di pena previsti per i collaboratori di giustizia, una circostanza che ha suscitato accese polemiche nell’opinione pubblica.

La sua scarcerazione nel 2021 aveva già provocato reazioni controverse, con molti che consideravano insufficiente la pena scontata rispetto alla gravità dei crimini commessi. Roventi polemiche seguirono la sua scarcerazione e la decisione di sottoporlo alla libertà vigilata.
Brusca continuerà a vivere lontano dalla Sicilia sotto falsa identità e resterà sottoposto al programma di protezione. Questa misura è necessaria per garantire la sua incolumità, considerando che le sue rivelazioni hanno danneggiato gravemente Cosa Nostra e potrebbero esporlo a tentativi di vendetta.
Negli ultimi anni, Brusca ha anche partecipato alla stesura di un libro autobiografico intitolato “Uno così. Giovanni Brusca si racconta”, scritto insieme a don Marcello Cozzi e pubblicato dalle Edizioni San Paolo. Nel volume, l’ex boss ripercorre la sua vita criminale e il percorso che lo ha portato alla collaborazione con la giustizia.
La notizia della completa liberazione di Giovanni Brusca ha riacceso il dibattito sulla giustizia e sul sistema penitenziario italiano. Tina Montinaro, vedova del caposquadra di Giovanni Falcone ha detto ad ADN Kronos:
“Il ritorno in libertà di Giovanni Brusca ci amareggia molto, moltissimo. Questa non è giustizia per i familiari delle vittime della strage di Capaci e di tutte le altre vittime. Lo so che è stata applicata la legge ma è come se non fosse mai successo niente…“.
Nel caso di Giovanni Brusca, la sua collaborazione con la giustizia ha permesso di ottenere informazioni cruciali su Cosa Nostra, contribuendo a numerose condanne.



