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Home » Attualità » “L’Italia non ha risposto”: naufragio al largo della Libia, 116 morti, un solo superstite

“L’Italia non ha risposto”: naufragio al largo della Libia, 116 morti, un solo superstite

Una barca con 117 persone è affondata al largo della Libia. Un pescatore tunisino ha salvato l'unico superstite dopo due giorni alla deriva.
RedazioneDi Redazione24 Dicembre 2025Aggiornato:24 Dicembre 2025
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cielo tempestoso sul mare
Cielo tempestoso sul mare (fonte: Unsplash)

Centosedici persone hanno perso la vita in un naufragio avvenuto pochi giorni fa al largo della Libia. Della tragedia, confermata oggi dalle organizzazioni umanitarie Sea Watch e Alarm Phone, si è salvata una sola persona: un uomo recuperato da pescatori tunisini mentre era aggrappato alla chiglia rovesciata della barca.

L’imbarcazione era partita la sera del 18 dicembre da Zuwara, una città costiera libica, con a bordo 117 migranti diretti in Europa. Il viaggio si è trasformato in tragedia appena poche ore dopo la partenza, quando le condizioni del mare sono peggiorate drasticamente. Il vento ha raggiunto i 40 chilometri orari e le onde hanno travolto l’imbarcazione di legno, inadeguata per affrontare anche maltempo moderato.

Il giorno seguente, il 19 dicembre nel primo pomeriggio, Alarm Phone – una rete di volontari che gestisce una linea telefonica di emergenza per chi attraversa il Mediterraneo – ha ricevuto la segnalazione della partenza e ha subito tentato di mettersi in contatto con la barca. Tutti i tentativi sono falliti: nessuna risposta al telefono satellitare, nessuna posizione GPS disponibile. L’organizzazione ha immediatamente allertato le autorità costiere italiane, libiche e tunisine, oltre alle ONG presenti nella zona.

La risposta delle autorità è stata inadeguata o assente. La guardia costiera italiana ha confermato di aver ricevuto la segnalazione ma ha interrotto bruscamente la comunicazione. Quella libica ha dichiarato di non aver effettuato né soccorsi né intercettazioni in quei giorni. Quella tunisina ha risposto che il maltempo rendeva impossibile uscire in mare, giustificazione che non spiega l’assenza di interventi nei giorni successivi.

Mare sferzato dal vento
Mare sferzato dal vento (fonte: Unsplash)

Lunedì 22 dicembre, l’aereo di ricognizione Seabird di Sea Watch ha sorvolato l’area del presunto naufragio cercando tracce dell’imbarcazione, senza trovare nulla. Anche Frontex, l’agenzia europea di controllo delle frontiere, ha effettuato diversi sorvoli della zona tra il 20 e il 22 dicembre, ma non è chiaro se abbia individuato elementi collegati alla barca scomparsa.

La svolta è arrivata sabato 21 dicembre, quando alcuni pescatori tunisini hanno avvistato un uomo aggrappato alla chiglia capovolta di un’imbarcazione di legno. L’uomo, estremamente debilitato, ha raccontato di essere partito da Zuwara due giorni prima e di essere l’unico sopravvissuto del naufragio. I pescatori lo hanno trasportato in ospedale in Tunisia, ma da quel momento le sue tracce si sono perse. Alarm Phone ha tentato ripetutamente di contattarlo per ricostruire l’accaduto, senza riuscirci.

Questa tragedia si inserisce in un quadro più ampio: dall’inizio del 2025, 568 persone sono morte nel Mediterraneo centrale secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. La rotta che collega le coste nordafricane all’Europa meridionale rimane una delle più pericolose al mondo per chi cerca di raggiungere il continente europeo.

Le organizzazioni umanitarie sollevano domande precise alle autorità: cosa ha visto Frontex durante i sorvoli? Perché non sono state avviate operazioni di ricerca e soccorso quando l’imbarcazione è scomparsa? Dove si trova ora il sopravvissuto? Alarm Phone denuncia: “Questo naufragio, come tanti altri, non è un incidente ma il risultato di una deliberata omissione di soccorso”.

Le famiglie delle vittime, molte delle quali stanno cercando disperatamente notizie dei loro cari, chiedono verità e risposte. L’episodio evidenzia ancora una volta le difficoltà nel coordinare i soccorsi in mare e la vulnerabilità delle persone che affrontano la traversata su imbarcazioni fatiscenti, spesso incapaci di resistere anche a condizioni meteo non estreme.

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