Haley Robson aveva 16 anni quando subì gli abusi di Jeffrey Epstein. Come molte vittime del sistema creato dal finanziere pedofilo, anche lei fu reclutata da persone di cui si fidava: un compagno di classe e Tony Figueroa, l’ex compagno di Virginia Giuffre, la principale accusatrice di Epstein e Ghislaine Maxwell, morta suicida lo scorso 25 aprile.
“Ero in spiaggia”, racconta con la voce spezzata Robson, in un’intervista con il Corriere della Sera. “Venni invitata con una scusa a casa di Jeffrey. Ci andai con la mia macchina. Non avevo idea di che cosa mi aspettasse lì. Mi dissero tutt’altro. Al mio arrivo, Epstein mi portò al piano di sopra. Abusò di me per un’ora intera”.
Oggi Haley Robson è diventata un’attivista impegnata nell’aiuto alle vittime di violenze sessuali, in particolare donne e bambini. Ma la sua battaglia per la giustizia ha subito una doppia ferita nelle ultime settimane: prima la pubblicazione accidentale dei suoi dati personali da parte del dipartimento di Giustizia americano, poi la decisione dell’amministrazione Trump di chiudere le indagini sugli Epstein files.
“Non c’erano solo nomi e numeri di telefono”, spiega Robson riferendosi all’errore del dipartimento di Giustizia. “C’erano numeri di previdenza sociale, documenti d’identità, indirizzi, atti giudiziari privati come divorzi, e fotografie di ragazze minorenni nude che non erano state censurate”. Un errore che ha trasformato decine di donne in vittime per la seconda volta, esponendole a rischi concreti.
Il viceministro della Giustizia Todd Blanche ha dichiarato che l’indagine è chiusa. Thomas Massie, membro repubblicano della Camera che aveva insistito per la pubblicazione degli Epstein files, ha confermato alle vittime che molto probabilmente non ci saranno ulteriori incriminazioni.
“Ce lo aspettavamo”, ammette Robson con amarezza. “È triste pensare che ci siano persone malvagie, colpevoli di crimini orribili sui minori, così a loro agio con sé stesse. L’unica cosa che mi consola è che molti degli uomini che sono stati smascherati nei documenti resi pubblici dal dipartimento di Giustizia porteranno per sempre addosso un marchio d’infamia”.

Haley Robson è registrata come repubblicana e aveva votato per Donald Trump, convinta che il presidente avrebbe reso pubblici tutti i file sullo scandalo Epstein. “Continuava a ripetere: ‘Saremo trasparenti. Vogliamo risposte'”, ricorda. “Non è possibile che non sapesse di essere citato. Epstein era praticamente il suo migliore amico. Aveva una foto di Trump sulla scrivania. Io non ho nemmeno una foto del mio migliore amico appesa in casa”.
La delusione di Robson si è trasformata in rabbia quando Trump ha definito lo scandalo Epstein una «truffa». “Trump ha mentito, ci ha traditi”, afferma senza esitazione. “Credo che la posizione di Trump e della sua amministrazione sia chiara. È coinvolto in una certa misura, non so se fosse direttamente coinvolto o se sapesse che cosa stesse accadendo. Il problema che abbiamo negli Stati Uniti è questo: dovremmo avviare delle indagini concrete per capire la complicità di certe persone, incluso il nostro presidente, in questa storia. Ma il governo ha detto chiaramente che non succederà”.
Robson sottolinea di non aver mai incontrato Trump personalmente. “A differenza di Virginia, non sono stata vittima di traffico sessuale. Sono stata abusata da Jeffrey in quello specifico contesto. Non ho mai visto Trump, non mi è mai stato presentato. Non ho mai sentito il suo nome associato a questa storia fino a quando non sono stati resi pubblici i documenti. Mi stupisce che continui a dire di non essere coinvolto nel mondo di Epstein. Basta guardare i file”.
Interrogata sulla morte di Jeffrey Epstein, ufficialmente classificata come suicidio, Robson esprime una convinzione netta: “Penso che sia stato ucciso. Era un manipolatore, con un ego enorme”. La donna spiega di aver affrontato il tema ripetutamente durante le sedute di psicoterapia che segue da anni.
“Spesso parliamo di Jeffrey con la mia psicologa. Parliamo della sua personalità, dei suoi tratti, del fatto che fosse un abilissimo manipolatore. Era il suo superpotere. Sarebbe stato in grado di vendere il ghiaccio agli eschimesi. È difficile credere che un uomo come lui si sia tolto la vita. È stato ucciso”, ribadisce con fermezza.
Nonostante il dolore e le delusioni, Haley Robson ha trovato nella battaglia per la giustizia una nuova identità e una missione. “Ricevere questo trattamento dal nostro governo ci ha trasformato in donne coraggiose, che non accettano un “no” come risposta e che non hanno paura di chiedere conto ai complici degli abusi”, afferma.
“Significa sapere che c’è una luce in fondo al tunnel. Siamo diventate le donne di cui avevamo bisogno quando eravamo piccole, quando gli adulti hanno fallito nel prendersi cura di noi e proteggerci”.
Il pensiero di Robson va spesso a Virginia Giuffre, la donna che più di tutte ha combattuto per portare alla luce lo scandalo Epstein-Maxwell. “Virginia dovrebbe essere qui e vedere dove è arrivata la battaglia che ha cominciato. Sarebbe felice e orgogliosa”, conclude Robson, portando avanti l’eredità di una lotta che continua nonostante tutti gli ostacoli.



