Era il 23 dicembre scorso, due giorni prima di Natale, quando è arrivata la notizia che una famiglia napoletana aspettava da mesi: c’era finalmente un cuore disponibile per il loro bambino di due anni. Il piccolo, malato dalla nascita a causa di una grave cardiomiopatia (una malattia che indebolisce il muscolo del cuore), era ricoverato al Monaldi di Napoli e aveva bisogno urgente di un trapianto per sopravvivere.
Il cuore proveniva da Bolzano, donato dai genitori di un altro bambino di quattro anni che aveva perso la vita pochi giorni prima in un tragico incidente in piscina a Curon Venosta, in Trentino. Era il 15 dicembre quando il piccolo era morto mentre nuotava. La mamma, dopo un comprensibile momento di esitazione, aveva deciso di donare il cuore del figlio per dare speranza a un altro bambino.
All’ospedale Monaldi tutto era pronto: la sala operatoria allestita, l’équipe medica in attesa, i genitori fuori dalla sala con il cuore colmo di speranza. Due cardiochirurghi pediatrici erano partiti in aereo da Napoli verso Verona, per poi proseguire in auto fino a Bolzano a ritirare il prezioso organo. La corsa contro il tempo era stata perfetta: sei ore per andare e tornare, proprio il tempo massimo consentito.
Quando i medici hanno aperto la borsa refrigerante in sala operatoria, però, è accaduto l’impensabile. Invece del ghiaccio normale previsto dai protocolli, qualcuno aveva messo ghiaccio secco. Quel particolare tipo di ghiaccio, lo stesso che si usa nelle gelaterie per gli effetti scenici, aveva letteralmente bruciato il cuore, rendendolo inutilizzabile. Il trapianto è saltato.
Ma perché il ghiaccio secco è così pericoloso per un organo? La risposta sta nella sua natura e nella sua temperatura estrema. Il ghiaccio secco non è altro che anidride carbonica allo stato solido, che si ottiene quando questo gas viene portato alla temperatura di -78,5 gradi Celsius. Si chiama “secco” perché, quando si riscalda, non si scioglie come il ghiaccio normale ma passa direttamente dallo stato solido a quello gassoso (un fenomeno che si chiama sublimazione), senza lasciare tracce d’acqua.
Questa temperatura così bassa è il problema principale: a -78,5 gradi, il ghiaccio secco provoca quelle che vengono chiamate “ustioni da freddo”. Sembra un controsenso parlare di ustioni riferendosi al freddo, ma il meccanismo è simile a quello delle ustioni da calore. Quando un tessuto entra in contatto con temperature così estreme, l’acqua presente dentro e fuori le cellule si cristallizza istantaneamente, formando minuscoli aghi di ghiaccio che bucano letteralmente le membrane cellulari, uccidendo le cellule. Contemporaneamente, il freddo estremo fa restringere i vasi sanguigni (un fenomeno chiamato vasocostrizione), bloccando il flusso di sangue necessario per mantenere vivi i tessuti.
Nel caso del cuore destinato al piccolo paziente napoletano, il contatto prolungato con il ghiaccio secco ha danneggiato irrimediabilmente le delicate cellule cardiache. I medici hanno tentato disperatamente di recuperare l’organo, ma ogni sforzo è stato vano: il cuore era ormai compromesso e non poteva più essere trapiantato.

Le procedure corrette per il trasporto di organi sono estremamente precise e standardizzate in tutta Italia, proprio per evitare errori come questo. Quando viene prelevato un cuore da un donatore, l’organo deve essere immediatamente inserito in sacchetti sterili contenenti una soluzione di conservazione speciale (chiamata soluzione di perfusione) che protegge le cellule. Questi sacchetti vengono poi deposti in un contenitore refrigerato riempito con ghiaccio normale, quello fatto di acqua congelata.
La temperatura ideale per conservare un cuore durante il trasporto è di circa 4 gradi Celsius (poco sopra lo zero). Questa temperatura è fredda abbastanza da rallentare drasticamente il metabolismo delle cellule e ridurre il loro bisogno di ossigeno, ma non così estrema da danneggiarle. Il metodo si chiama “ischemia fredda” (dove ischemia significa semplicemente il periodo in cui l’organo sta fuori dal corpo) e permette di proteggere il cuore per un tempo massimo di 4-6 ore dal prelievo al trapianto.
Esistono anche sistemi più avanzati per il trasporto di cuori pediatrici, come lo “SherpaPak CTS”, un contenitore speciale a temperatura controllata che mantiene l’organo esattamente a 5 gradi Celsius e permette ai medici di monitorare la temperatura in tempo reale tramite un’app. In questi sistemi, il ghiaccio secco viene utilizzato solo all’esterno del contenitore, mai a diretto contatto con l’organo, proprio per evitare il raffreddamento eccessivo che potrebbe causare danni cellulari.
Sono state aperte tre inchieste separate per fare chiarezza su quanto accaduto: una dalla Procura di Napoli, una dalla Procura di Bolzano (competente per territorio visto che l’organo proveniva dall’Alto Adige) e una terza di natura amministrativa interna all’ospedale Monaldi.
L’ipotesi più accreditata è che l’errore sia stato commesso da un operatore coinvolto nella fase di preparazione della borsa refrigerante a Bolzano, dopo che la banca dati nazionale aveva segnalato la disponibilità dell’organo. Come sia possibile che qualcuno abbia confuso il ghiaccio secco con quello normale, nonostante i protocolli rigidissimi che regolano queste procedure, è proprio ciò che le indagini dovranno chiarire.
L’Azienda sanitaria dell’Alto Adige ha precisato che la responsabilità per il prelievo, la conservazione durante il trasporto e il trapianto ricade sull’équipe del centro trapianti ricevente (quindi quella del Monaldi), mentre gli ospedali che hanno in cura il donatore mettono solo a disposizione le infrastrutture per il prelievo. L’Asl ha comunque garantito massima collaborazione alle indagini.
Questa vicenda si intreccia anche con l’inchiesta già aperta a Bolzano per fare chiarezza sulla morte del piccolo donatore, il bambino di quattro anni deceduto il 15 dicembre nella piscina comunale. In quel caso, la procura bolzanina aveva aperto un fascicolo per lesioni per verificare se ci fossero state responsabilità nella gestione della struttura.
Oltre alla devastazione tecnica di un errore che ha vanificato mesi di attesa e preparazione, c’è il dramma umano di due famiglie. Da una parte i genitori del bambino napoletano, che avevano visto sfumare nel modo più assurdo la possibilità di salvare il loro figlio. Dall’altra, la madre del piccolo donatore, che dopo aver trovato la forza di trasformare la sua tragedia in un gesto di speranza donando il cuore del figlio, ha dovuto apprendere che quel dono prezioso è andato sprecato per un errore evitabile.
Il bambino di due anni resta ricoverato nel reparto di Terapia Intensiva Cardiochirurgica del Monaldi, dove medici e infermieri continuano a prendersene cura mentre si attende un nuovo donatore compatibile. L’ospedale Monaldi è riconosciuto come un centro di eccellenza nazionale per i trapianti cardiaci pediatrici: negli ultimi tre anni il centro ha rilanciato questa pratica fino a diventare uno dei migliori in Italia per rapporto tra interventi effettuati e sopravvivenza dei pazienti.
Ora la priorità assoluta è trovare un nuovo cuore per il piccolo paziente.



