Le parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, sul referendum della giustizia del 22-23 marzo hanno scatenato un terremoto politico. Ora il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ha annunciato l’apertura di una pratica per valutare possibili profili disciplinari contro di lui. Il consigliere laico Enrico Aimi ha fatto sapere che verrà proposta l’apertura di un procedimento per verificare se le affermazioni del magistrato violino il requisito dell’equilibrio, fondamentale per chi esercita funzioni giudiziarie. Secondo Aimi, classificare moralmente i cittadini in base al voto è “di gravità istituzionale rilevante” e contrasta con i principi di imparzialità che ogni magistrato deve rispettare.
“Non si può ridurre il referendum a una partita tra guardie e ladri”, ha dichiarato il consigliere, sottolineando che il voto è libero e personale, e nessuno può essere delegittimato per la propria scelta.
Il procuratore non ha fatto passi indietro. Ospite a PiazzaPulita su La7, ha risposto con fermezza: “Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa”. Gratteri ha spiegato di vivere sotto scorta dal 1989, di aver combattuto la ‘ndrangheta arrestando 450 persone quando era a Reggio Calabria, e di aver ascoltato intercettazioni in cui si pianificava il suo omicidio.
“Non è con questi attacchi e minacce di interrogazioni parlamentari o azioni disciplinari che mi si mette a tacere”, ha detto. Ha poi chiarito che le sue parole sono state travisate: “Non ho mai detto che tutti i cittadini che voteranno Sì appartengono a centri di potere o alla malavita. Chi lo ripete è in malafede”.
Secondo Gratteri, i suoi interventi non vanno “parcellizzati”: voleva dire che a suo parere voteranno Sì coloro che non vogliono controlli dalla magistratura, tra cui massoneria deviata e ‘ndrangheta, ma non stava etichettando tutti gli elettori del Sì.
Tutto è partito da un’intervista al Corriere della Calabria, dove Gratteri aveva dichiarato: “Voteranno No le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Parole che hanno provocato reazioni durissime da tutto lo schieramento politico favorevole al Sì.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è detto “sconcertato” e ha ironizzato sui test psico-attitudinali, suggerendo che forse servono anche a fine carriera. Il vicepremier Matteo Salvini ha annunciato: “Lo denuncio. E voterò Sì”.
Anche Antonio Tajani ha parlato di “attacco alla libertà”, mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha cercato di smorzare i toni: “È un’espressione che non gli è venuta bene, conosciamo la sua storia nella lotta alla criminalità”.
La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati ha definito le parole “offensive e fuori luogo”, aggiungendo che ridurre il dibattito a una contrapposizione tra buoni e cattivi è inaccettabile. Persino Guido Crosetto, ministro della Difesa che si considera amico di Gratteri, ha scritto: “Questa volta è indifendibile”.
Perfino Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, ha criticato Gratteri definendo le sue parole “offensive per gli elettori” e “sbagliate”, pur aggiungendo che probabilmente porteranno più voti al Sì.
Il segretario della Cgil Maurizio Landini e la segretaria del PD Elly Schlein hanno invece difeso il procuratore, ribadendo il loro no alla riforma.
Quando gli hanno chiesto di commentare le parole di Nordio sui test psico-attitudinali, Gratteri ha risposto sarcastico: “Si è fatto la domanda e si è dato la risposta da solo, come si faceva in una trasmissione anni fa”.
Ha poi attaccato a sua volta il ministro: “Che devo dire di un ministro che non dà la mano al procuratore generale del distretto più grande d’Europa? Che dice che i mafiosi non parlano al telefono?”.
Il procuratore ha concluso ribadendo che continuerà “fino all’ultimo giorno” la sua battaglia per il No al referendum, senza farsi intimidire dalle minacce di provvedimenti disciplinari.



