Cuba sta attraversando la crisi più profonda degli ultimi decenni. A scatenarla non è stato un uragano né un crollo dei mercati, ma una decisione politica precisa: il 29 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone dazi punitivi a qualsiasi Paese venda petrolio all’isola caraibica. Il risultato è stato immediato e devastante.
Cuba produce autonomamente solo il 40% dell’energia di cui ha bisogno. Per il resto dipende dalle importazioni. Per anni, il principale fornitore era stato il Venezuela, poi sostituito dal Messico dopo la caduta di Nicolás Maduro. Ebbene, il 9 gennaio 2026, la petroliera Ocean Mariner ha scaricato nella baia dell’Avana gli ultimi 86.000 barili di greggio messicano. Da allora, nemmeno una goccia è arrivata sull’isola.
Anche il Messico, nonostante nel 2025 avesse venduto a L’Avana derivati per quasi 500 milioni di dollari, ha scelto di sospendere le spedizioni per non esporsi alle rappresaglie economiche. La presidente Claudia Sheinbaum ha parlato di “crisi umanitaria senza precedenti” e ha inviato 800 tonnellate di aiuti, ma le petroliere sono rimaste ferme.

Le conseguenze si sono materializzate più in fretta di quanto molti si aspettassero. L’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana ha comunicato alle compagnie aeree che non può più garantire il rifornimento di carburante per l’aviazione. Air Canada ha sospeso 32 voli settimanali, seguita da WestJet, Sunwing e da due vettori russi. In pochi giorni, circa tremila turisti canadesi sono stati rimpatriati su aerei vuoti inviati appositamente. Il Foreign Office britannico ha aggiornato i propri avvisi sconsigliando i viaggi non essenziali verso l’isola.
Sul fronte interno, il governo ha chiuso università, scuole superiori e uffici statali non essenziali, tagliando i trasporti pubblici per conservare le ultime riserve di carburante. Inoltre, è stata anche sospesa l’annuale fiera del sigaro.
Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres si è detto “estremamente preoccupato” per una situazione che potrebbe aggravarsi fino al collasso. Il Programma Alimentare Mondiale, già impegnato nell’emergenza lasciata dall’uragano Melissa del 2025, sta elaborando piani per una crisi di scala molto più ampia.
Nel quartiere diplomatico di Siboney, all’Avana, l’atmosfera è tesa. Funzionari di diversi Paesi hanno manifestato, in forma anonima, frustrazione verso Washington.
Colloqui informali tra il governo cubano e funzionari statunitensi sarebbero in corso in Messico. Il segretario di Stato Marco Rubio ha accennato a un possibile “percorso in avanti” che conceda ai cubani maggiore libertà economica. Ma fino a oggi non si registrano passi concreti. Il Chatham House ha delineato il dilemma davanti al quale si trova il governo dell’Avana: cedere alle richieste di Washington, liberare prigionieri politici e indire elezioni, oppure resistere mentre la crisi si aggrava. Cuba, a differenza del Venezuela, non possiede riserve petrolifere o minerali da mettere sul tavolo delle trattative. La pressione, dunque, è destinata a crescere, e con essa l’incertezza sul futuro di undici milioni di persone.



