La cura dei nostri animali domestici è una priorità per milioni di famiglie, ma una recente scoperta scientifica getta un’ombra sulle modalità con cui proteggiamo cani e gatti da pulci e zecche. Al centro del dibattito ci sono le isoxazoline, una classe di farmaci veterinari di ultima generazione, molto apprezzati per la loro efficacia e la praticità delle compresse masticabili. Tuttavia, uno studio condotto dai ricercatori di Vetagro Sup in Francia e pubblicato su Environmental Toxicology and Chemistry rivela un impatto ambientale finora sottovalutato: i principi attivi di questi farmaci restano presenti nelle deiezioni animali per tempi lunghissimi, trasformando la “pupù” dei nostri amici a quattro zampe in un’esca tossica per l’ecosistema.
La ricerca ha monitorato un campione di 20 cani e 20 gatti trattati con i comuni antiparassitari, analizzando i loro scarti organici attraverso sofisticate tecniche di spettrometria di massa. I dati emersi sono definiti preoccupanti dagli scienziati: le sostanze chimiche vengono espulse dall’organismo principalmente per via fecale e mantengono la loro capacità insetticida per settimane o addirittura mesi.

Un caso limite è rappresentato dal lotilaner, le cui tracce attive sono state rinvenute nelle feci canine fino a 204 giorni dopo una singola somministrazione. Altri principi comuni, come il fluralaner, mostrano un’emivita di eliminazione di circa 23 giorni, il che significa che ogni volta che un animale trattato sporca nei parchi o nei giardini, rilascia nell’ambiente una dose misurabile di veleno.
A pagare il prezzo più alto di questa contaminazione sono gli insetti coprofagi, come gli scarabei stercorari e diverse specie di mosche. Questi piccoli abitanti del suolo svolgono un ruolo ecologico fondamentale: degradano le deiezioni accelerando il riciclo della materia organica e rendendo il terreno fertile.
[Image showing a dung beetle rolling a ball of manure in a grassy field]
Le simulazioni statistiche dello studio indicano che la probabilità per un insetto di esporsi a una dose letale nutrendosi di feci contaminate sfiora il 90-100%. Il problema è aggravato dal fatto che questi trattamenti sono spesso preventivi e continuativi, creando un flusso ininterrotto di tossine nel suolo. Inoltre, molti prodotti combinano le isoxazoline con altre sostanze (come la moxidectina) già classificate dall’Unione Europea come persistenti e bioaccumulabili.
Gli scienziati non chiedono di smettere di curare gli animali, ma sollecitano una maggiore consapevolezza e trasparenza. Ecco alcune raccomandazioni emerse dallo studio per mitigare il danno ambientale:
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smaltimento corretto: per tutta la durata del trattamento, le feci del cane non dovrebbero essere lasciate nei prati o gettate nella compostiera domestica. La soluzione più sicura è raccoglierle e smaltirle nei rifiuti indifferenziati destinati all’incenerimento.
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Informazione: è auspicabile che i foglietti illustrativi dei farmaci inizino a riportare chiaramente i tempi di eliminazione fecale e le avvertenze ambientali.
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Scelta oculata: alcuni principi attivi, come afoxolaner e sarolaner, sembrano essere meno persistenti nell’ambiente rispetto ad altri, rappresentando un’alternativa potenzialmente meno impattante.
Riconoscere che la salute del nostro animale è legata a quella dell’ambiente circostante è il primo passo per una convivenza realmente sostenibile con la natura.



