Paolo Cirino Pomicino è morto ieri, portando con sé l’ultimo, tagliente sorriso della Prima Repubblica. Ma se c’è una cosa che ‘O Ministro’ non ha mai portato giù, nemmeno davanti al genio di un Premio Oscar come Paolo Sorrentino, è stata quella celebre scena de Il Divo. Mentre l’Italia intera restava ipnotizzata dai passi di danza psichedelici della sua controparte cinematografica, lui, con la consueta ironia napoletana, troncò ogni velleità artistica: “Io non ballo così”.
Nel 2008 Il Divo di Paolo Sorrentino arriva nelle sale con un cast di primo piano: Toni Servillo veste i panni di Giulio Andreotti, mentre Carlo Buccirosso interpreta Paolo Cirino Pomicino. Il film diventa subito un caso culturale, premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria. Tra le sequenze più citate, due su tutte riguardano il personaggio di Pomicino: una festa sfarzosa nella sua villa sull’Appia, con lui circondato da donne, e una corsa scivolosa sul Transatlantico di Montecitorio, quel lungo corridoio di rappresentanza della Camera dei deputati, percorso come fosse una pista da ballo. Pomicino, che lesse la sceneggiatura dal letto di ospedale mentre si riprendeva dal trapianto cardiaco, non apprezzò né l’una né l’altra.
L’ex ministro commentò il lavoro di Sorrentino bollandolo come “rappresentazione falsa e macchiettistica della storia della Dc. Un’occasione perduta, sciupata”. A suo avviso, quella storia aveva il potenziale per raccontare in modo serio e documentato la Democrazia Cristiana, il partito che aveva guidato l’Italia per decenni. Invece, a suo dire, si era scelto il registro della caricatura. Non a caso, aveva consigliato a Toni Servillo di leggere i suoi libri per meglio comprendere il mondo andreottiano dall’interno: “Glielo avevo detto a Servillo di leggersi i miei libri”, dichiarò con un misto di rammarico e ironia.
La scena della villa sull’Appia non era, del resto, del tutto campata per aria: quella residenza esisteva davvero, e nel 1989 ospitò il vertice riservato in cui i capicorrente democristiani indicarono Arnaldo Forlani come nuovo segretario del partito al posto di Ciriaco De Mita. Ma il modo in cui il film trasformò quel luogo in scenario di eccessi mondani era, secondo Pomicino, una forzatura. “Non ballo così”, avrebbe detto. Una frase secca, che sintetizzava il disagio di un politico di potere davanti a una rappresentazione che lo riduceva a macchietta.
Chi era Paolo Cirino Pomicino
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, quinto di sette fratelli in una famiglia benestante, Pomicino cresce con due passioni dichiarate: la medicina e la politica. Si laurea in medicina e chirurgia con 110 e lode presso l’Università Federico II di Napoli, si specializza in neurologia con il massimo dei voti e lavora come medico al Cardarelli, storico ospedale partenopeo. La svolta arriva nel 1974, quando incontra Giulio Andreotti: da quel momento la carriera politica prende il sopravvento su tutto il resto.
Eletto alla Camera dei deputati nel 1976, Pomicino resta in Parlamento quasi ininterrottamente fino al 1994. Negli anni Ottanta diventa una delle figure più influenti del sistema di potere democristiano: presidente della Commissione Bilancio tra il 1983 e il 1988, poi ministro della Funzione pubblica nel governo De Mita e, soprattutto, ministro del Bilancio e della programmazione economica nei governi Andreotti VI e VII, tra il 1989 e il 1992. È questo il periodo della sua massima influenza, tanto che a Napoli viene chiamato semplicemente ‘O Ministro, mentre in certi ambienti capitolini si guadagna il titolo di «viceré», insieme a pochi altri considerati i veri padroni politici della città.
Con Tangentopoli, dal 1992 in poi, quella stagione si chiude bruscamente. Pomicino finisce sotto processo in 42 procedimenti giudiziari: ne esce assolto in 40, viene condannato a un anno e otto mesi per finanziamento illecito ai partiti nel caso Enimont e patteggia due mesi per fondi neri Eni, scontando in tutto 17 giorni a Poggioreale. Scrive sulle principali testate nazionali con lo pseudonimo «Geronimo», non smette mai di commentare la politica e, nel 2004, torna in Europa come parlamentare europeo.
La storia medica di Pomicino è diventata quasi leggendaria. Sopravvissuto a tre infarti, nel 1985 subisce a Houston un intervento di quadruplice bypass cardiaco. Nel 1997 va a Londra per un altro duplice bypass. Poi, nel 2007, il trapianto di cuore al San Matteo di Pavia, eseguito dal professor Mario Viganò. Fu lui stesso a raccontarlo con la sua ironia tagliente: “Mi hanno portato in un barattolo il mio vecchio cuore, l’ho fotografato e gli ho detto addio”. E ancora: “Gli altri si fanno il lifting, io mi cambio gli organi”. Era proprio durante una delle sue degenze che Antonio Di Pietro andò a trovarlo, convinto che non ce la facesse: “Ma lo sai che ho sempre votato Dc?”, avrebbe confessato il magistrato, nella certezza che quella conversazione non sarebbe mai uscita dall’ospedale.
Paolo Cirino Pomicino si è spento il 21 marzo 2026, alle 16, nella clinica Quisisana di Roma, dove era ricoverato da alcuni giorni. La camera ardente è stata allestita a Montecitorio lunedì 23 marzo; i funerali si terranno martedì a Roma. Proprio quel Transatlantico che lui, secondo Sorrentino, percorreva danzando, accoglierà l’ultimo saluto a uno degli ultimi protagonisti della Prima Repubblica.



