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Home » Ambiente » Animali » Il cervello dei cani invecchia come il nostro (e studiarlo può aiutare anche noi): la scoperta del Dog Aging Project

Il cervello dei cani invecchia come il nostro (e studiarlo può aiutare anche noi): la scoperta del Dog Aging Project

Uno studio su 50.000 cani rivela come combattere l'Alzheimer: il Dog Aging Project dimostra che i cani sviluppano demenza simile all'uomo e possono aiutare la ricerca
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene23 Marzo 2026
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Un cane anziano
Un cane anziano (fonte: Unsplash)

L’antico proverbio che definisce il cane come il miglior amico dell’uomo potrebbe avere un significato ancora più profondo di quanto immaginato: i nostri compagni a quattro zampe potrebbero infatti rappresentare una delle migliori speranze per comprendere e trattare le malattie legate all’invecchiamento, inclusa la malattia di Alzheimer. La chiave sta nella straordinaria somiglianza tra i loro cervelli e i nostri.

È questa l’intuizione alla base del Dog Aging Project, un ambizioso studio scientifico nato nel 2014 che coinvolge centinaia di cliniche veterinarie e ospedali in tutti gli Stati Uniti, tra cui la Colorado State University College of Veterinary Medicine and Biomedical Sciences. L’iniziativa rappresenta una collaborazione senza precedenti tra proprietari di cani, scienziati e veterinari che studiano oltre 50.000 animali, raccogliendo dati sulle loro diete, abitudini di esercizio fisico, analizzando campioni di sangue ed eseguendo risonanze magnetiche dei loro cervelli.

Matt Kaeberlein, biologo che ha dedicato decenni allo studio delle cause dell’invecchiamento e ai possibili modi per rallentarlo, ha co-fondato il progetto dopo quella che lui stesso definisce un’illuminazione. Il ricercatore ha realizzato che le tre, quattro o cinque strategie conosciute per rallentare l’invecchiamento negli animali da laboratorio avrebbero potuto funzionare anche nei cani. La sua convinzione è assoluta: la biologia dell’invecchiamento è talmente conservata e condivisa nell’intero regno animale che gran parte dei meccanismi funzionano allo stesso modo nei cani e negli esseri umani.

Per studiare come il cervello invecchia, Kaeberlein ha reclutato Stephanie McGrath, neurologa veterinaria della Colorado State University. Molti potrebbero sorprendersi nell’apprendere l’esistenza di neurologi specializzati negli animali, ma il loro lavoro potrebbe rivelarsi cruciale per l’umanità. McGrath sottolinea un punto fondamentale: attualmente la ricerca utilizza i topi per i test sui trattamenti, passando poi direttamente agli studi sugli esseri umani. Il problema è che fino al 90% delle terapie che funzionano nei topi non si rivelano efficaci negli umani.

Avere una specie intermedia che riproduce naturalmente le malattie dell’invecchiamento umano sarebbe quindi enormemente vantaggioso. I cani sviluppano cancro, demenza e tutte le patologie che colpiscono gli esseri umani con l’età. Una delle ragioni è che vivono accanto a noi ed sono esposti agli stessi ambienti: si esercitano con noi, mangiano il nostro cibo, bevono la stessa acqua. Inoltre, elemento chiave secondo McGrath, i cani hanno vite più brevi perché invecchiano più rapidamente degli umani, permettendo di ottenere in cinque o dieci anni informazioni che richiederebbero decenni di studio sull’uomo.

McGrath sta monitorando centinaia di cani per osservare come le loro capacità cognitive cambiano con l’età. Tra questi c’è Murphy, un incrocio tra pastore tedesco e barboncino, che ha 12 anni. La sua proprietaria, Pat Schultz, ha iscritto Murphy al progetto per ragioni profondamente personali: suo marito Bill soffriva di Alzheimer, una malattia che era progredita al punto che non riconosceva più Pat come sua moglie. Durante tutto il declino di Bill, Murphy era stato il suo compagno costante, una sorta di cane badante. Pat ricorda che Bill dimenticava spesso il telefono, ma grazie al collare di localizzazione di Murphy sapeva sempre dove si trovasse suo marito.

Un uomo anziano con il suo cane
Un uomo anziano con il suo cane (fonte: Unsplash)

Quando Pat scoprì il Dog Aging Project cercando studi clinici, pensò immediatamente a Murphy che stava invecchiando: sapeva che i cani di grossa taglia solitamente hanno una vita più breve. Negli ultimi tre anni, Murphy è stato sottoposto a test per valutare la sua forma fisica e mentale. Durante questi esami, ai cani viene mostrato dove è nascosto un premio e dopo alcuni secondi vengono lasciati liberi di recuperarlo, se riescono a ricordare dove si trova.

Quando è toccato a Murphy, l’animale ha mostrato difficoltà, volendo rimanere con Pat e apparendo troppo ansioso per completare il test. Al secondo tentativo si è un po’ disorientato, ma alla fine ha trovato il premio. L’ansia mostrata da Murphy può essere un potenziale segno di demenza. Nelle ultime visite alla Colorado State University, il cane ha manifestato progressi evidenti nelle sue difficoltà, sia nei test che a casa.

Un altro cane testato, Ralph, quattordicenne, ha già mostrato segni di demenza senile avanzata. Durante il test ha rapidamente dimenticato il premio, si è allontanato e ha raccolto un pezzo di lanugine dal pavimento. Tutte le informazioni raccolte nel Dog Aging Project confluiscono in un database pubblico accessibile ai ricercatori di tutto il mondo. È stato già utilizzato in oltre 50 studi scientifici, molti dei quali hanno trovato correlazioni tra stile di vita, ambiente e rischio di malattie.

Una scoperta significativa: i cani che vivono con altri cani sembrano soffrire di meno malattie. Per quanto riguarda il declino cognitivo, i cani che non fanno esercizio fisico hanno sei volte più probabilità di sviluppare demenza. Quando alcuni dei cani del progetto muoiono, i loro cervelli vengono donati ed esaminati. Il dottor Dirk Keene è un neuropatologo dell’Università di Washington che da vent’anni studia migliaia di cervelli umani cercando le cause dell’Alzheimer.

La sua motivazione per partecipare al Dog Aging Project è stata duplice: vedere sua madre soffrire di Alzheimer e osservare il declino della sua cagna Spring per quella che a lui sembrava la stessa malattia, quella che alcuni chiamano demenza canina. Keene ricorda Spring come una cagna felice e sana, poi vicino alla fine della sua vita l’animale si confondeva e si perdeva, fissava i muri, si fermava a guardare nel vuoto, si appoggiava agli oggetti. Questi comportamenti accadono anche alle persone. La demenza non riguarda solo la memoria, è qualcosa di molto complesso che include confusione e perdita della capacità di ricordare riferimenti spaziali.

Nel suo laboratorio, Keene ha mostrato il confronto diretto tra metà di un cervello umano e metà di un cervello canino. La somiglianza tra i cervelli dei cani e quelli umani è sorprendente. Questa straordinaria analogia anatomica e funzionale potrebbe essere la chiave per sbloccare nuove terapie contro l’Alzheimer e altre malattie neurodegenerative, offrendo speranza non solo per i nostri fedeli compagni, ma anche per milioni di persone che affrontano queste patologie devastanti.

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