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Home » Attualità » Rai “a processo” in Commissione di Vigilanza: il punto che ha messo in difficoltà l’AD Rossi è stato uno in particolare

Rai “a processo” in Commissione di Vigilanza: il punto che ha messo in difficoltà l’AD Rossi è stato uno in particolare

Dopo oltre un anno di stallo, l'AD Rossi è comparso in Vigilanza: opposizioni all'attacco su ascolti, pluralismo e il caso Ranucci. Cosa è emerso.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino26 Marzo 2026
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camion Rai
camion Rai

Dopo oltre un anno di paralisi istituzionale, l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi ha risposto alle domande della Commissione di Vigilanza, la prima volta dall’inizio del suo mandato. Ne è uscito un confronto duro: ascolti in calo, informazione accusata di scarso pluralismo e uno scontro aperto sulla gestione di Report e Rai Sport. Per mesi la Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai è rimasta paralizzata: la maggioranza disertava le sedute per evitare di votare sulla presidenza del Cda, lasciando l’organo di controllo del servizio pubblico nell’impossibilità di svolgere il proprio lavoro. Poi, oggi, Giampaolo Rossi si è presentato. La presidente Barbara Floridia ha aperto la seduta definendola un passaggio decisivo, ricordando che l’Italia rischia una procedura d’infrazione europea per non aver ancora recepito il Media Freedom Act, la norma europea che punta a sottrarre il controllo delle televisioni pubbliche all’influenza della politica.

La Commissione di Vigilanza non riusciva a riunirsi regolarmente da circa un anno e mezzo. La causa è un braccio di ferro sulla presidenza del Consiglio di amministrazione della Rai: la candidata designata, Simona Agnes, non otteneva i voti necessari perché le opposizioni, cui spetta il compito di eleggere la figura di garanzia, la ritenevano troppo vicina al governo. Nel frattempo, la maggioranza si assentava sistematicamente, bloccando ogni altra attività della commissione. La tredicesima votazione andata a vuoto aveva spinto la presidente Floridia a convocare d’urgenza l’AD, e anche il presidente del Senato Ignazio La Russa aveva fatto appello pubblico perché si trovasse una soluzione.

Il capogruppo del M5S in Vigilanza, Dario Carotenuto, ha aperto il fuoco subito: la Rai perde la sfida degli ascolti con Mediaset e, contemporaneamente, ha perso terreno in termini di credibilità rispetto a La7. Un doppio scivolone che, secondo le opposizioni, non è casuale. L’accusa centrale riguarda la gestione dell’informazione: per giorni, Tg1 e Tg2 avrebbero ignorato la vicenda dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che si è dimesso lunedì scorso, imponendosi come esempio di narrazione distorta per omissione. Sul punto, Carotenuto non ha usato mezze misure, definendo la presentazione di Rossi “più simile a una fiction che a un momento di informazione reale”.

Non è solo una questione di ascolti. Secondo le opposizioni, interi filoni tematici sarebbero stati progressivamente abbandonati dal palinsesto Rai. Carotenuto ha citato in particolare la scomparsa di Petrolio, trasmissione dedicata all’ambiente e al territorio, e i tagli alle puntate di Report, il programma di inchiesta di Sigfrido Ranucci che, tra le altre cose, aveva portato alla luce i casi giudiziari riguardanti l’attuale ministra Daniela Santanchè, poi dimessasi. Per le opposizioni, eliminare o ridurre spazi di approfondimento come questi equivale a impoverire la funzione stessa del servizio pubblico.

Daniela Santanchè davanti alla stampa
Daniela Santanchè davanti alla stampa (YouTube)

L’AD ha respinto le accuse punto per punto. Sul referendum e l’equilibrio informativo, Rossi ha richiamato i dati del monitoraggio condotto tra il 14 febbraio e il 20 marzo sulle tre reti generaliste Rai, sostenendo che l’offerta sia stata ampia e bilanciata. E ha aggiunto un elemento che ha sorpreso parte della commissione: in quell’arco di tempo, l’Agcom aveva emesso due delibere separate per ordinare a Discovery Italia e a La7 un riequilibrio delle posizioni, poiché dall’analisi era emersa una sotto rappresentazione delle ragioni del sì. Un modo per ricordare che la mancanza di pluralismo non è un’esclusiva di Viale Mazzini.

Sul calo degli ascolti, Rossi ha offerto una spiegazione di carattere tecnico: la Rai sconterebbe lo svantaggio strutturale di dover contare nei propri numeri i canali di servizio, naturalmente meno seguiti rispetto ai canali tematici specializzati di Mediaset. Una “normale battaglia tra broadcaster”.

Forse il momento più teso dell’audizione è stato quello in cui Rossi si è rivolto direttamente a Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report che nei mesi scorsi aveva denunciato pubblicamente come un concorso per interni Rai stia redistribuendo risorse verso i telegiornali regionali a scapito delle grandi trasmissioni di approfondimento. Rossi ha difeso quella scelta, ribaltando la prospettiva: a suo giudizio, sono altri volti, quelli di Tommaso Cerno e Salvo Sottile, entrambi considerati vicini all’area di governo, a non portare valore aggiunto all’azienda. Un attacco diretto che ha definitivamente caricato di tensione il tono dell’audizione.

Sul capitolo Rai Sport, Rossi ha difeso la gestione transitoria affidata al vicedirettore Marco Lollobrigida dopo la defenestrazione dell’ex direttore Petrecca — più volte sfiduciato dalla propria redazione — assicurando che la nomina del nuovo responsabile della testata è già in lavorazione, con i Mondiali di calcio all’orizzonte come scadenza imprescindibile. Carotenuto, però, ha chiesto garanzie: la scelta ricadrà su qualcuno di competenza, oppure, ancora una volta, conterà soprattutto la vicinanza al governo?

L’audizione del 25 marzo è stata il primo segnale concreto di un possibile sblocco istituzionale. L’ufficio di presidenza si è riunito il giorno successivo per decidere i prossimi passi. Nel frattempo, il ddl di riforma della governance Rai, che dovrebbe recepire il Media Freedom Act europeo introducendo un sistema di nomina del Cda slegato dall’esecutivo, resta in stand-by: il Ministero dell’Economia, azionista al 99,56% della Rai, ha bloccato il testo perché la nuova struttura prevista esautorerebbe completamente il Mef dalle nomine. Una partita ancora aperta, in cui la Commissione di Vigilanza, se riuscirà a tornare operativa, potrebbe giocare un ruolo decisivo.

 

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