Un’immensa riserva di metalli strategici è stata individuata nel cuore delle Ande, al confine tra Argentina e Cile, promettendo di stravolgere gli equilibri dell’economia mondiale. Il distretto di Vicuña custodisce circa 14 milioni di tonnellate di rame e oltre 36 milioni di once d’oro, cifre che ne fanno uno dei ritrovamenti minerari più significativi degli ultimi decenni. Questa scoperta non rappresenta solo un tesoro geologico, ma il motore di una nuova stagione industriale per l’Argentina, pronta a rientrare tra i grandi esportatori globali di risorse fondamentali per la transizione energetica.
Il progetto Vicuña nasce da una collaborazione paritaria tra i giganti del settore BHP e Lundin Mining. Le trivellazioni effettuate nelle aree di Filo del Sol e Josemaría hanno rivelato dati sorprendenti: oltre alle riserve già accertate di rame, le stime potenziali arrivano a ipotizzare ulteriori 32 milioni di tonnellate. Anche il comparto dei metalli preziosi non è da meno, con riserve di argento che superano i 700 milioni di once già confermate.
Per l’Argentina, il ritorno al rame ha un valore simbolico ed economico enorme. Dal 2018, anno di chiusura della storica miniera Alumbrera, il Paese non produce più questo metallo su scala industriale. L’attivazione di Vicuña permetterebbe a Buenos Aires di incassare miliardi di dollari in export, posizionandosi accanto a giganti come il Cile e il Perù nella fornitura di materiali indispensabili per la costruzione di veicoli elettrici, pannelli solari e reti digitali.

Estrarre ricchezza dalle Ande non è un’operazione semplice. Il giacimento si trova a circa 4.200 metri di altitudine, un ambiente ostile dove la logistica precede l’estrazione. Per rendere operativo il sito, è necessaria la costruzione di una strada di 220 chilometri e di una linea elettrica ad alta tensione paragonabile a quella di una metropoli.
La trasformazione del paesaggio inizia molto prima dello scavo del primo blocco di roccia. Mezzi pesanti, sbancamenti e infrastrutture massicce stanno cambiando il volto di una delle regioni più fragili del pianeta. Questo solleva interrogativi cruciali sulla sostenibilità: la “transizione verde” dell’Occidente richiede lavori pesanti e un impatto ambientale notevole nei territori di estrazione.
In alta quota, la risorsa più preziosa non è il rame, ma l’acqua. Il processo minerario richiede volumi idrici immensi per il trattamento delle rocce. Il progetto Josemaría ha recentemente aggiornato il suo piano ambientale, prevedendo una capacità di trattamento di 175 mila tonnellate al giorno e un sistema di recupero dell’acqua del 73%.
Tuttavia, le preoccupazioni delle comunità locali e degli ambientalisti restano alte. Il dibattito si concentra sulla pressione che il sito eserciterà sugli acquiferi naturali e sul rischio di contaminazione da residui minerari (tailings). In un’Argentina guidata dal presidente Milei, il confronto politico si è acceso anche sulla riforma della “Legge sui Ghiacciai”, che secondo alcuni potrebbe allentare le protezioni sulle riserve idriche montane per favorire proprio l’espansione estrattiva.
Il distretto di Vicuña promette migliaia di posti di lavoro, investimenti in formazione tecnica e commesse per le imprese locali di San Juan. Eppure, la storia mineraria insegna che la ricchezza non sempre rimane sul territorio dopo la chiusura dei cantieri.
Il mondo osserva con attenzione: se l’Argentina riuscirà a bilanciare lo sfruttamento di questi 14 milioni di tonnellate di rame con la protezione degli ecosistemi andini, potrebbe diventare il nuovo modello per l’estrazione sostenibile dei metalli critici. In caso contrario, il “tesoro delle Ande” rischia di trasformarsi in un’eredità ambientale difficile da gestire per le generazioni future.



