Giornata da ricordare il calcio italiano, quella di oggi: Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, a poche ore dall’eliminazione dell’Italia dai playoff per i Mondiali 2026, persa contro la Bosnia ai rigori. È la terza volta consecutiva che la Nazionale manca la qualificazione a una Coppa del Mondo, un primato negativo senza precedenti nella storia del calcio italiano. Le elezioni per scegliere il nuovo presidente sono già fissate per il 22 giugno.
Visualizza questo post su Instagram
Nato a Castellaneta il 5 ottobre 1953 e residente a Sulmona, Gravina è laureato in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli. La sua carriera nel calcio inizia negli anni Ottanta, quando, insieme all’imprenditore Pietro Rezza, costruisce quasi dal nulla il Castel di Sangro: sei promozioni in tredici anni, dalla Seconda Categoria fino alla Serie B, rendendo quel piccolo comune abruzzese di cinquemila abitanti il centro più piccolo mai approdato nella serie cadetta italiana.
Dopo esperienze nella Lega Professionisti Serie C e come capo delegazione dell’Under-21, che ha guidato agli Europei del 2004, 2007 e 2009 e alle Olimpiadi di Atene e Pechino, nel dicembre 2015 diventa presidente della Lega Pro. Tre anni dopo, nell’ottobre 2018, approda alla guida della FIGC con il 97,2% dei consensi, succedendo al commissario Roberto Fabbricini che aveva traghettato la federazione dopo le dimissioni di Carlo Tavecchio, anch’esse arrivate sull’onda di un’esclusione mondiale.
Durante la sua gestione, il punto più alto è stato raggiunto l’11 luglio 2021, con la vittoria degli Europei. Sul versante opposto, le due mancate qualificazioni ai Mondiali del 2022 e del 2026 hanno progressivamente eroso la sua credibilità pubblica, fino alla rottura definitiva.
Dopo il fischio finale in Bosnia, Gravina sembrava orientato a resistere, come aveva fatto dopo la sconfitta con la Macedonia del Nord nel 2022. Il viaggio di ritorno e una notte insonne di riflessioni lo hanno però convinto a percorrere una strada diversa. Determinante è stata anche la posizione del ministro dello Sport Andrea Abodi, che aveva parlato apertamente di necessità di rifondazione e di rinnovamento ai vertici federali, con il pieno sostegno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Abodi ha detto che avrebbe chiesto le dimissioni di Gravina, aspettandosi da lui un sussulto di dignità che è arrivato.
La maggioranza che appena un anno prima lo aveva rieletto con il 98,68% dei voti si era già incrinata. La Lega di Serie A, ovvero il consorzio privato di tutti i club del massimo campionato italiano, non aveva formalmente chiesto le sue dimissioni, ma reclamava un ruolo più centrale nelle decisioni future. Stessa posizione della Serie B. Fuori dalla sede federale di via Allegri, un gruppo di tifosi aveva manifestato con striscioni e lancio di uova.
Con le elezioni fissate al 22 giugno, i nomi che circolano sono diversi e tutti noti in ambito sportivo. In primissima fila c’è Giovanni Malagò, ex presidente del Coni con un curriculum solido, gode del sostegno di ambienti calcistici ma è considerato inviso alla politica. In seconda battuta, Giancarlo Abete, già presidente FIGC ai tempi del Mondiale brasiliano del 2014, rappresenta un profilo di continuità istituzionale. Matteo Marani, apprezzato per il lavoro svolto alla Lega Pro, incarna invece l’idea del rinnovamento generazionale. C’è anche chi ipotizza un ticket tra i due. Demetrio Albertini, sostenuto dall’Associazione Italiana Calciatori, potrebbe riproporre la candidatura che anni fa perse contro Tavecchio. Sullo sfondo restano altri profili come Pancalli, Lotti e Gandini.
Quel che è certo è che il prossimo presidente federale si troverà a gestire la crisi più pesante del calcio italiano degli ultimi anni e non solo per la mancanza di risultati sportivi, quanto per il progressivo indebolimento del senso di fiducia verso i vertici federali.



