Un nuovo studio irlandese aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione del rapporto tra vitamina D e salute cognitiva. La ricerca, durata 16 anni, ha rivelato che livelli più elevati di questa vitamina durante la mezza età potrebbero essere associati a una minore presenza di depositi di proteine tau nel cervello in età avanzata, uno degli indicatori chiave della demenza.
Lo studio ha coinvolto quasi 800 partecipanti senza demenza, con un’età media di 39 anni all’inizio della ricerca. A ciascuno sono stati misurati i livelli di vitamina D nel sangue, seguiti da una scansione cerebrale circa 16 anni dopo per valutare i livelli di proteine tau e beta-amiloide, un altro marcatore della malattia di Alzheimer.
I ricercatori hanno classificato come elevati i livelli di vitamina D superiori a 30 nanogrammi per millilitro, mentre quelli inferiori a questa soglia sono stati considerati bassi. I risultati hanno mostrato che, sebbene non sia emersa alcuna correlazione tra vitamina D e proteine beta-amiloide, i partecipanti con livelli più alti di vitamina D all’inizio dello studio tendevano ad avere quantità inferiori di proteine tau nel cervello anni dopo.
Martin David Mulligan dell’Università di Galway, autore principale dello studio, ha sottolineato l’importanza di questi risultati per la prevenzione:
Questi dati sono promettenti, poiché suggeriscono un’associazione tra livelli più elevati di vitamina D nella prima mezza età e un minor carico di tau in media 16 anni dopo. La mezza età è un momento in cui la modificazione dei fattori di rischio può avere un impatto maggiore.
I ricercatori hanno precisato che, sebbene questo non significhi necessariamente che livelli più alti di vitamina D siano la causa diretta della riduzione delle proteine tau, esiste una chiara associazione tra i due fattori. Un aspetto importante da considerare è che i livelli di vitamina D sono stati testati solo all’inizio dello studio, lasciando spazio a ulteriori indagini sulla continuità di questa relazione nel tempo.
Un’analisi del 2025 ha rafforzato questa connessione, rivelando che bassi livelli di vitamina D possono aumentare il rischio di sviluppare demenza fino al 49%. Questi dati assumono un’importanza ancora maggiore considerando le proiezioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui entro il 2030 ci saranno 82 milioni di persone in tutto il mondo che convivono con la demenza, con costi associati vicini ai 2 trilioni di dollari.

La vitamina D è un nutriente essenziale che influenza molteplici aspetti della salute: funzione immunitaria e muscolare, salute scheletrica, cardiovascolare e persino il rischio di depressione e ansia. Livelli bassi di questa vitamina sono stati collegati a diversi problemi di salute, tra cui perdita di massa ossea e muscolare, malattie cardiovascolari e disturbi mentali. Oltre alla possibile protezione contro le proteine tau, la vitamina D può aiutare a prevenire l’osteoporosi e l’osteopenia e mantenere alti i livelli di energia.
Secondo un nutrizionista dell’Università di Miami, circa due terzi degli americani presentano livelli insufficienti o carenti di vitamina D. Il problema è aggravato dal fatto che pochi alimenti contengono naturalmente questa vitamina: tra le fonti alimentari figurano fegato di manzo, tuorli d’uovo, formaggio e pesci grassi come il salmone, secondo il National Institutes of Health.
La mezza età rappresenta un periodo cruciale per interventi sullo stile di vita che possono avere benefici per una varietà di problemi di salute nel lungo termine, contribuendo a prevenire la perdita di massa ossea e muscolare oltre al declino cognitivo. Mulligan ritiene che questi risultati possano portare a cure preventive migliori e più efficaci per le persone a rischio di sviluppare demenza in età avanzata, notando che i bassi livelli di vitamina D sono facilmente modificabili e trattabili.
Sebbene non esista ancora una cura per la demenza, modifiche relativamente piccole a diversi fattori dello stile di vita, compresa la dieta, hanno dimostrato di ridurre il rischio individuale. Anche intraprendere nuovi hobby, come cucinare pasti in casa o dedicarsi al giardinaggio, ha mostrato benefici nel mantenere la demenza a distanza.
Per colmare eventuali lacune nutrizionali, gli integratori alimentari possono rappresentare una soluzione pratica, così come l’esposizione regolare alla luce solare, che stimola la produzione naturale di vitamina D nell’organismo. Un approccio combinato che include alimentazione adeguata, integrazione quando necessaria e stile di vita sano potrebbe rivelarsi una strategia efficace per proteggere la salute cognitiva nel lungo periodo.



