C’è stato un tempo in cui in Italia si camminava tantissimo o, al massimo, si andava in giro in bicicletta. Erano gli anni ’70 e nel nostro Paese era in corso un razionamento energetico a tutti gli effetti, quella che poi è passata alla storia come austerity. Uno scenario che, fatalmente, sembra riproporsi anche oggi. Il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen ha dichiarato al Financial Times che l’Unione deve prepararsi a una crisi energetica di lunga durata e sta valutando tutte le possibilità per affrontarla, compreso il razionamento del carburante e il rilascio di ulteriori riserve di petrolio.
La situazione è particolarmente critica per quanto riguarda il carburante per aerei e il gasolio. Secondo il commissario, questi sono i primi prodotti a rischio e le cose potrebbero peggiorare nelle prossime settimane. Il 9 aprile è atteso l’ultimo carico di cherosene per l’Europa dal Golfo Persico, con conseguenze potenzialmente drammatiche per il trasporto aereo durante la stagione estiva.
Il primo Paese europeo ad aver introdotto restrizioni concrete è la Slovenia, che ha fissato un tetto di 50 litri di carburante al giorno per i privati e 200 litri per le imprese. Ma le misure di austerità si stanno diffondendo anche fuori dall’Europa. In Egitto, a causa dei prezzi elevati, è stato imposto un consumo minore di energia elettrica: l’illuminazione pubblica è stata ridotta e bar e ristoranti devono chiudere alle 21.
L’Asia, il continente che dipende maggiormente dall’import di petrolio dal Golfo Persico, ha inaugurato per prima l’austerità. In Corea del Sud l’uso dell’auto è stato limitato per i dipendenti pubblici, le Filippine hanno accorciato la settimana lavorativa a quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre in Myanmar sono in vigore le targhe alterne per i privati.

La situazione dei singoli 27 membri dell’Unione è diversa e l’Italia non è il Paese messo peggio, tuttavia ha alcuni punti deboli. Il primo riguarda il gasolio e il suo prezzo, ormai vicino a 2,1 euro al litro, che sarebbero 2,34 euro senza il taglio delle accise appena esteso fino all’1 maggio. Il secondo problema sono i quantitativi. Anche se l’Italia è esportatrice netta di gasolio, importando 5 milioni di tonnellate all’anno e vendendone all’estero 8 milioni, le raffinerie, specialmente quelle di Sardoch in Sardegna e Priolo in Sicilia gestite da grandi trader globali come Vitol e Trafigura, potrebbero avere contratti vincolanti per l’export e quindi il diesel prodotto in Italia andrebbe all’estero.
La crisi attuale, come detto, richiama alla memoria quella energetica del 1973, quando il brusco aumento del prezzo del greggio e dei suoi derivati mise fine al ciclo di sviluppo economico che aveva caratterizzato l’Occidente negli anni Cinquanta e Sessanta. All’epoca, i motivi furono l’aumento dei costi di trasporto petrolifero dipendente dalla chiusura del canale di Suez, diventato impraticabile a causa delle guerre arabo-israeliane, e l’aumento delle royalty dei Paesi mediorientali produttori di greggio. Durante la guerra del Kippur del 1973, le nazioni anti-americane alleate di Egitto e Siria raddoppiarono il prezzo di vendita del petrolio a livello mondiale e diminuirono del 25% le esportazioni. Gli altri Paesi arabi appartenenti all’Opec bloccarono le proprie esportazioni verso Stati Uniti e Paesi Bassi fino al gennaio 1975.
Le conseguenze dell’austerità furono pesanti sull’industria, che per la prima volta si trovò costretta ad affrontare il problema del risparmio energetico. Il processo portò all’innalzamento vertiginoso del prezzo del petrolio, che in molti casi aumentò più del triplo rispetto alle tariffe precedenti. In molte nazioni, tra cui l’Italia, si sperimentarono mezzi di mobilità alternativa come la bicicletta, con domeniche senza auto e severe limitazioni alla circolazione.



