Dopo sedici anni di chiusura, le Tombe di Kasubi a Kampala, in Uganda, sono tornate accessibili a pellegrini e visitatori. L’edificio principale, il Muzibu Azaala Mpanga, era stato distrutto da un incendio nel marzo del 2010 e la ricostruzione, ultimata nell’estate del 2023, ha riportato in vita uno dei luoghi più straordinari e sacri dell’intera Africa. L’UNESCO, che aveva inserito il sito nella lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo subito dopo il rogo, ne ha ufficialmente sancito la rinascita rimuovendolo da quella lista.
La storia del sito risale alla fine dell’Ottocento. Nel 1882 il Kabaka Mutesa I, il trentacinquesimo re del Buganda, fece costruire sulle colline di quella che oggi è la capitale ugandese il suo palazzo reale, sostituendo un edificio precedente eretto dal padre nel 1820. Quando Mutesa I morì nel 1884, il palazzo divenne il suo luogo di sepoltura, secondo una tradizione consolidata del regno per cui ogni sovrano, alla sua morte, trasformava la propria residenza in mausoleo.
Il successore avrebbe poi edificato un nuovo palazzo nelle vicinanze, spostando così il centro del potere di generazione in generazione. Il sito di Kasubi è uno dei trentuno luoghi di sepoltura reale disseminati nel territorio del Buganda fin da quando il regno fu fondato, nel XIII secolo, da popolazioni di lingua bantu.

Nel tempo, altri tre re trovarono dimora definitiva a Kasubi: Mwanga II, Daudi Chwa II ed Edward Mutesa II, quest’ultimo morto in esilio a Londra nel 1969 e la cui salma fu riportata in Uganda nel 1971. Il Buganda, che tra il XIX e il XX secolo era diventato il regno più vasto e influente dell’intera regione, attraversò decenni di stravolgimenti con l’arrivo dei missionari britannici e la successiva colonizzazione. Il sito resistette a tutto questo, mantenendo intatta la sua funzione spirituale e politica.
Anche quando il presidente Milton Obote sciolse il regno nel 1966, sopprimendo la monarchia, le tombe continuarono a rappresentare per il popolo Baganda un simbolo di resistenza e identità collettiva. Il Buganda fu restaurato nel 1993 dal presidente Museveni e le tombe tornarono a essere gestite dalla famiglia reale.
L’edificio principale è un capolavoro di architettura organica: una struttura circolare con cupola di paglia, costruita interamente con materiali vegetali, dai pali di legno alle canne intrecciate che formano il soffitto in 52 anelli concentrici, uno per ciascuno dei clan che compongono il regno. Il diametro esterno supera i trenta metri e l’altezza interna sfiora gli otto. Dentro, una cortina di bark cloth, il pregiato tessuto ugandese ricavato dalla corteccia del fico locale, nasconde il luogo fisico della sepoltura, accessibile soltanto ai familiari più stretti dei sovrani. Per la tradizione Buganda, i re non muoiono: varcano una foresta invisibile e continuano a comunicare con i vivi attraverso medium spirituali.
La notte del 16 marzo 2010, intorno alle 20:30, un incendio di origine ancora mai ufficialmente accertata divorò il Muzibu Azaala Mpanga. La causa rimase avvolta nel mistero: una commissione istituita appositamente consegnò un rapporto al governo ugandese nel 2011, ma il documento non venne mai reso pubblico. La distruzione scatenò un’ondata di dolore e rabbia nel popolo Baganda, già in tensione con il governo centrale dopo le sommosse del settembre 2009. Il giorno successivo all’incendio, durante la visita del presidente Museveni al sito, le forze di sicurezza aprirono il fuoco sui manifestanti, uccidendo almeno due persone.
La ricostruzione, sostenuta finanziariamente dal Giappone attraverso i fondi UNESCO, è durata quasi quattordici anni. L’UNESCO ha definito il risultato un punto di riferimento globale per la conservazione del patrimonio immateriale, lodando non solo i lavori sull’edificio principale e sulla casa delle guardie, ma anche l’installazione di un sofisticato sistema antincendio e la formazione di una brigata di volontari locali. Il sito si estende oggi per circa trenta ettari sulle colline di Kampala ed è l’unico patrimonio culturale UNESCO dell’intero Uganda.
