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Home » Ambiente » Animali » 400 anni per tornare a casa, 60 minuti per morire: triste fine per due ibis eremita, uccisi da un bracconiere

400 anni per tornare a casa, 60 minuti per morire: triste fine per due ibis eremita, uccisi da un bracconiere

Due ibis eremita del progetto LIFE abbattuti a fucilate a Sondrio dopo aver valicato le Alpi: Zoppo e Zaz uccisi da un bracconiere.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene29 Ottobre 2025
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Un esemplare di ibis eremita
Un esemplare di ibis eremita (fonte: Unsplash)
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Una storia di speranza durata vent’anni si è spezzata in meno di sessanta minuti. Due esemplari di ibis eremita, Zoppo e Zaz, sono stati abbattuti a fucilate il 16 ottobre scorso nel territorio di Dubino, in provincia di Sondrio, dopo essere entrati nel territorio italiano da appena un’ora. I due volatili facevano parte di un ambizioso progetto europeo di reintroduzione della specie, scomparsa dalle Alpi da oltre quattro secoli, e stavano compiendo la loro migrazione autunnale verso la Toscana quando sono stati colpiti mortalmente da un bracconiere.

L’ibis eremita è una specie di uccelli pelecaniformi attualmente in pericolo di estinzione: ampiamente diffusi in Europa meridionale, Medio Oriente e Nordafrica, i suoi esemplari si sono ridotti del 98% a partire dall’inizio del ‘900, non solo a causa del bracconaggio ma anche e soprattutto della distruzione del suo habitat naturale per realizzare allevamenti e piantagioni. Ne restano solo poche colonie in Siria e Marocco (pari a circa 550 esemplari selvatici in totale), ed è per questo motivo che la specie è oggetto di vari programmi di reintroduzione nel suo habitat di origine.

L’episodio rappresenta dunque un colpo durissimo per il progetto LIFE Ibis eremita, finanziato dall’Unione Europea e coordinato dal Waldrappteam Conservation and Research austriaco, con il Parco Natura Viva di Bussolengo come unico partner italiano. Si tratta della prima iniziativa al mondo volta a ristabilire una specie migratrice nel suo storico areale europeo, ripristinando un comportamento migratorio culturale ormai perduto da secoli.

Zoppo e Zaz avevano appena compiuto un’impresa straordinaria. Partiti all’inizio di ottobre dal sito riproduttivo in Austria, erano entrati in Svizzera tentando più volte di attraversare le Alpi nel Canton Grigioni. Il 16 ottobre erano finalmente riusciti a superare la dorsale alpina principale nei pressi del Pizzo Gallagione, a quasi 3.000 metri di altitudine, al confine tra Italia e Svizzera, quasi alla confluenza tra Val Chiavenna e Valtellina. Subito dopo aver valicato il passo, i due ibis si erano posati in un prato a Dubino, poco sopra Colico, per riposarsi e cercare cibo. Lì hanno incontrato la morte.

Zoppo era un veterano del progetto, avviato nel 2004. Nel 2017 aveva attraversato le Alpi fino all’Italia seguendo un ultraleggero da Überlingen. Nel 2020 era diventato il primo ibis eremita sessualmente maturo, dopo oltre 400 anni, a tornare indipendentemente nel sito di riproduzione sul Lago di Costanza: un traguardo fondamentale per la creazione di una nuova colonia europea. Da quel momento, Zoppo è sempre stato il primo esemplare a tornare in primavera, diventando un simbolo del progetto e una figura amata dalla comunità internazionale che seguiva i suoi spostamenti.

Zaz, nata in natura a Überlingen nel maggio 2025, stava invece imparando quest’anno la rotta migratoria proprio da Zoppo, seguendolo passo dopo passo nel suo primo viaggio verso sud. Il sistema di apprendimento utilizzato dal progetto è unico nel suo genere: i giovani ibis, nati in cattività, vengono cresciuti da “mamme surrogate”, ricercatrici che si prendono cura di loro fin da quando sono pulli. Una volta cresciuti, vengono accompagnati nella prima migrazione seguendo le madri adottive che viaggiano a bordo di deltaplani a motore. Dopo aver imparato la rotta, gli ibis eremita sono in grado di ripeterla autonomamente e di guidare a loro volta gli esemplari più giovani.

Un gruppo di ibis eremita
Un gruppo di ibis eremita (fonte: Vassil, Pubblico dominio / Wikimedia Commons)

I corpi dei due volatili non sono mai stati ritrovati, ma i trasmettitori GPS di cui erano equipaggiati hanno permesso ai Carabinieri Forestali di ricostruire con precisione quanto accaduto. I dispositivi, recuperati cinque giorni dopo l’abbattimento, hanno fornito le coordinate GPS esatte e l’orario della morte, permettendo di individuare e denunciare il presunto responsabile. L’uomo, residente nella zona, è stato sottoposto a perquisizione domiciliare durante la quale sono stati sequestrati armi, munizioni e dispositivi informatici. Gli è stato inoltre ritirato il tesserino venatorio e dovrà rispondere di uccisione di animali protetti, furto venatorio e detenzione abusiva d’arma.

La rapidità delle indagini, condotte dai Carabinieri Forestali di Lecco e Sondrio con il supporto della Riserva Naturale Pian di Spagna e Lago di Mezzola, è stata possibile proprio grazie alla tecnologia GPS. “Abbiamo ricevuto dall’Austria le coordinate GPS esatte e l’orario della morte, e abbiamo subito informato i Carabinieri Forestali. La loro reattività è stata essenziale”, ha dichiarato Roberta Pieroni, responsabile della campagna antibracconaggio di Waldrappteam in Italia.

Il bracconaggio rappresenta la minaccia più grave per l’ibis eremita nel suo percorso di reintroduzione. Si calcola che ogni anno uno su tre degli esemplari inseriti nel progetto venga abbattuto illegalmente, spesso proprio in territorio italiano. “Questo atto brutale non solo ha privato il progetto di uno dei suoi esemplari fondatori, ma ha anche profondamente scosso la vasta comunità internazionale che da anni seguiva i suoi spostamenti”, ha commentato Pieroni. Johannes Fritz, direttore di Waldrappteam Conservation and Research, ha aggiunto: “L’uccisione di due esemplari a meno di un’ora dal loro arrivo in Italia è un promemoria doloroso della grave minaccia che il bracconaggio rappresenta per la biodiversità e dell’urgenza di combattere questo crimine“.

L’episodio ha suscitato la ferma condanna delle principali associazioni animaliste italiane. L’Ente Nazionale Protezione Animali e LNDC Animal Protection hanno annunciato di volersi costituire parte civile nel procedimento presso la Procura di Sondrio. “Siamo di fronte a un gravissimo crimine contro la biodiversità”, ha sottolineato Carla Rocchi, presidente nazionale di Enpa. “Chi uccide un ibis eremita non uccide solo un uccello. Cancella anche anni di lavoro scientifico, vanifica progetti europei costruiti con fondi pubblici e infrange la speranza di riportare in natura una specie scomparsa da secoli”.

I numeri del fenomeno sono allarmanti. L’Enpa ricorda che dall’inizio del 2025 a tutto settembre sono stati 931 i procedimenti per reati venatori seguiti dall’ufficio legale dell’associazione, a conferma del trend preoccupante del bracconaggio e delle uccisioni illegali di fauna protetta. “Anche in questo caso, come in molti altri, ci troveremmo davanti a un cacciatore regolare che ha operato fuori dalle regole diventando così un bracconiere”, ha aggiunto Piera Rosati, presidente di LNDC. “La lobby venatoria e i politici che la proteggono hanno un bel coraggio a definire i cacciatori come amanti della natura e bioregolatori”.

La vicenda assume una rilevanza ancora maggiore nel contesto del dibattito sul Disegno di Legge 1552, una proposta legislativa italiana che mira a estendere la stagione venatoria anche a periodi cruciali per le specie migratrici. Angela Di Pumpo, seconda responsabile della campagna antibracconaggio di Waldrappteam, ha invocato una maggiore tutela della biodiversità: “Prolungare la stagione di caccia contraddice la normativa europea sulla natura e mette ulteriormente a rischio popolazioni già vulnerabili. Il bracconaggio in Italia non è un fenomeno isolato, è un problema sistemico che richiede con urgenza soluzioni strutturali”.

Il team del progetto richiede ora una condanna penale per il responsabile e intende intraprendere anche un’azione civile per ottenere il risarcimento dei danni arrecati al progetto di conservazione. Ogni individuo perso rappresenta infatti una ferita aperta e un danno incalcolabile per il patrimonio comune europeo. Il caso evidenzia l’importanza della collaborazione coordinata tra organizzazioni di conservazione, forze dell’ordine, autorità e volontari, in linea con l’Articolo 9 della Costituzione italiana, che impegna la Repubblica a proteggere la natura e la biodiversità per le generazioni future.

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