La nascita di un puledro è un evento quasi miracoloso, ma chi ha la fortuna di assistervi da vicino potrebbe notare un dettaglio bizzarro e quasi alieno sulle zampe del neonato. Quelle che comunemente vengono chiamate “scarpette delle fate” sono formazioni morbide e sfrangiate che ricoprono gli zoccoli appena formati. Sebbene il nome richiami un mondo magico, la loro funzione è puramente biologica e fondamentale per la sopravvivenza della madre durante la gravidanza.
Tecnicamente queste strutture sono note come eponichio o capsule decidue. Poiché i cavalli sono animali “precursori”, ovvero capaci di alzarsi e correre pochi minuti dopo il parto, i loro zoccoli devono essere già formati e resistenti nel grembo materno. Senza questa protezione gommosa, le estremità dure e affilate del puledro potrebbero causare gravissime lesioni interne all’utero della cavalla durante i movimenti del feto o al momento dell’espulsione. L’eponichio avvolge quindi lo zoccolo come un guanto protettivo, rendendolo innocuo e soffice al tatto.

L’aspetto di queste “scarpette” cambia drasticamente non appena il puledro tocca terra. Inizialmente simili a una massa gelatinosa o a delle dita carnose che si protendono verso l’esterno, iniziano a seccarsi e a consumarsi quasi istantaneamente a contatto con l’aria e con il suolo. Questo tessuto è estremamente sensibile e idratato, ma la sua missione termina nel momento esatto in cui il piccolo inizia a muovere i primi passi.
Mentre il puledro impara a stare in equilibrio, lo sfregamento con il terreno e l’ossigenazione dell’ambiente esterno avviano un processo di indurimento della cheratina. Nel giro di poche ore o al massimo un paio di giorni, le scarpette delle fate scompaiono completamente, lasciando spazio allo zoccolo solido e robusto che tutti conosciamo. Questo meccanismo naturale è uno dei più affascinanti esempi di adattamento evolutivo, progettato per garantire che la prole sia pronta alla fuga immediata dai predatori senza però compromettere la salute della genitrice.



