La relazione millenaria tra esseri umani e felini sta subendo una profonda reinterpretazione scientifica che mette in discussione il concetto classico di collaborazione tra specie diverse. Nel saggio “The Call of the Honeyguide”, l’ecologo applicato Rob Dunn analizza come il gatto domestico si sia trasformato da prezioso alleato nella caccia ai roditori a una sorta di “parassita di lusso” delle società moderne. Questa evoluzione suggerisce che l’esplosione del fenomeno dei “gattari” non sia solo una tendenza culturale, ma il risultato di un legame biologico unico che sfida le leggi del mutuo beneficio naturale.

Il legame tra uomo e gatto affonda le sue radici circa 9.500 anni fa, nel Levante e nell’antico Egitto, quando i primi insediamenti agricoli iniziarono a stoccare cereali. I gatti selvatici africani (Felis silvestris lybica) furono attratti dalla proliferazione di topi e ratti in queste zone, instaurando quello che gli scienziati definiscono un “mutualismo a distanza”. Inizialmente, il vantaggio era reciproco: i felini trovavano prede abbondanti e gli esseri umani vedevano protette le proprie riserve alimentari e ridotto il rischio di malattie trasmesse dai parassiti dei roditori, come la peste.
Tuttavia, con l’espandersi degli insediamenti in grandi centri urbani, l’efficacia dei gatti nel controllo dei parassiti iniziò a diminuire drasticamente. Negli immensi granai dell’antico Egitto, il numero di gatti necessario per contrastare le infestazioni sarebbe stato insostenibile. È proprio in questo periodo che l’iconografia egizia smette di ritrarre il gatto come un cacciatore solitario e inizia a mostrarlo sotto le sedie o le tavole, spesso al guinzaglio accanto a figure femminili di potere. Questo spostamento suggerisce che il gatto avesse già iniziato a cambiare ruolo, passando da predatore utile a compagno di vita.
Oggi il panorama è radicalmente cambiato. Nel mondo si stima vivano circa mezzo miliardo di gatti domestici, una massa collettiva che supera quella degli elefanti della savana africana. Solo negli Stati Uniti, i gatti consumano ogni giorno circa 15 miliardi di calorie sotto forma di cibo preparato dall’uomo — una quantità paragonabile al fabbisogno energetico dell’intera popolazione di New York. Da una prospettiva puramente darwiniana, Rob Dunn sottolinea come i gatti moderni possano apparire quasi come parassiti: ricevono nutrimento regale, come tonno e carni selezionate, senza offrire in cambio alcun servizio di sopravvivenza tangibile.
Nonostante la mancanza di un beneficio pratico immediato, l’umanità ha scelto di sostituire quasi tutti i grandi felini selvatici, leoni, tigri e giaguari, con questi discendenti domestici, arrivando a considerare normale la presenza di un gatto ogni quattro adulti. Questo successo evolutivo senza precedenti è legato a una “mansuetudine” che non è stata imposta dall’uomo tramite un addestramento forzato, ma è stata una scelta di adattamento della specie felina, che ha imparato a convivere pacificamente con noi per garantirsi risorse illimitate.
La scienza moderna, attraverso gli studi genetici di Claudio Ottoni, ha rivelato che i primi gatti che vivevano con gli umani erano geneticamente identici ai loro antenati selvatici. Erano “sinantropi”, ovvero specie che scelgono di vivere in prossimità dell’uomo senza subire cambiamenti biologici radicali. Il fatto che oggi li trattiamo come membri della famiglia, dando loro nomi umani e fornendo cure costose, costringe gli ecologi a rivedere la definizione di mutualismo.
Il motivo per cui siamo diventati “gattari” risiede probabilmente in un bisogno emotivo e psicologico che trascende l’utilità pratica. Sebbene il gatto non cacci più per noi, la sua presenza sembra soddisfare una necessità di connessione con il mondo naturale che le società moderne hanno perduto. Questa relazione “win-win” non si misura più in granaglie salvate dai topi, ma in benessere psicologico e compagnia, portando l’uomo a decidere consapevolmente di sostenere i costi biologici del mantenimento di un predatore che ha smesso di essere tale per diventare, a tutti gli effetti, un sovrano del focolare.



