È ormai da molto tempo che la Pianura Padana si conferma la zona più inquinata d’Italia, e non solo per una questione di conformazione geografica. La classifica del 2025, però, ribalta completamente questa visione: in cima alla classifica delle città più inquinate del Paese non c’è Milano, Torino o Verona ma Palermo.
Secondo il rapporto Mal’Aria di città 2026 di Legambiente, che fotografa la qualità dell’aria nei capoluoghi italiani, la centralina di via Belgio del capoluogo siciliano ha registrato 89 giorni oltre il limite di legge per il PM10, più del doppio dei 35 consentiti dalla normativa vigente: un risultato che porta Palermo in testa alla graduatoria nazionale degli sforamenti, davanti a città storicamente problematiche.
Subito dietro si posiziona Milano con 66 giornate fuori soglia, Napoli con 64 e un’altra città siciliana, Ragusa, con 61 superamenti. Seguono Frosinone, Lodi, Monza, Cremona, Verona, Modena, Torino, Rovigo e Venezia. La classifica misura i capoluoghi di provincia che hanno superato con almeno una centralina urbana la soglia limite delle polveri sottili: 50 microgrammi per metro cubo per più di 35 giorni l’anno.
Nonostante il primato negativo di Palermo, il rapporto registra anche un miglioramento generale a livello nazionale: nel 2025 sono solo 13 i capoluoghi che hanno superato il limite giornaliero, rispetto ai 25 del 2024, i 18 del 2023 e i 29 del 2022. Uno dei risultati migliori dell’ultimo decennio, che secondo Legambiente è frutto di un anno particolarmente favorevole dal punto di vista meteoclimatico, con un inverno mite e numerose giornate di pioggia che hanno facilitato la dispersione degli inquinanti.
Sempre secondo Legambiente, il primato di Palermo dipende dalla centralina in via Belgio: “Un punto strategico del tessuto urbano nei pressi di un asse viario molto trafficato, utilizzato anche come ingresso dei mezzi pesanti”. In queste condizioni, le emissioni dirette del traffico si sommano alla formazione di particolato secondario; la ventilazione irregolare e le fasi di ristagno urbano favoriscono l’accumulo degli inquinanti, spingendo i valori oltre soglia anche in un anno meteorologicamente favorevole.

Anche Ragusa racconta una dinamica simile, con una centralina indicata come punto critico del monitoraggio urbano. Come ricorda il rapporto, il PM10 ha origini multisettoriali: traffico, riscaldamento domestico, attività industriali e agricole, oltre al particolato che si forma nell’atmosfera dalla combinazione di gas precursori come ammoniaca e biossido d’azoto. È proprio questo che spiega come lo smog possa emergere anche in centri medio-piccoli.
Per la Sicilia, e in particolare per Palermo, le cause sono comunque da attribuire anche a delle forti carenze nel trasporto pubblico e a una transizione energetica ancora incompleta. Nei centri urbani siciliani incidono anche l’età elevata del parco auto, l’uso diffuso di mezzi privati e la limitata diffusione di infrastrutture sostenibili.
Guardando al futuro, il miglioramento registrato a livello nazionale è meno rassicurante: Legambiente sottolinea che se i nuovi limiti europei fossero già in vigore, più della metà delle città italiane sarebbe fuori norma per il PM10, quasi tre quarti per il PM2.5 e oltre un terzo per il biossido di azoto. L’Italia è già oggetto di infrazioni europee per il superamento dei limiti su polveri sottili e biossido d’azoto, a cui si somma la recente messa in mora per il mancato aggiornamento del programma nazionale sull’inquinamento atmosferico. E nel 2024 le sanzioni ambientali europee sono costate allo Stato 888 milioni di euro.
Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, avverte che la riduzione dello smog procede a rilento e il rischio è di arrivare impreparati al 2030. L’associazione ambientalista chiede interventi strutturali su mobilità sostenibile, riqualificazione energetica degli edifici, riduzione delle emissioni industriali e agricole, oltre a maggiori investimenti pubblici. Non è il momento di ridurre i fondi, ma di rafforzare le politiche per la qualità dell’aria, dentro una strategia che integri clima, energia e qualità dell’aria.
Per la Sicilia il tema va a influenzare fortemente anche la salute pubblica e la qualità della vita urbana: nonostante i progressi a livello nazionale facciano ben sperare, l’Isola resta una delle aree dove il cambiamento procede più a rilento e dove saranno decisive scelte politiche, investimenti e comportamenti collettivi nei prossimi anni.
