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Home » Ambiente » Sotto il Giappone qualcosa si sta risvegliando: il supervulcano ricarica il magma e spaventa tutti

Sotto il Giappone qualcosa si sta risvegliando: il supervulcano ricarica il magma e spaventa tutti

Il supervulcano sommerso di Kikai, in Giappone, si sta ricaricando di magma fresco dopo 7.300 anni. Cosa ha scoperto la scienza e cosa significa davvero.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino30 Marzo 2026
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mappa giappone
mappa Giappone (fonte: Unsplash)

Sotto il Pacifico, a pochi chilometri di profondità al largo delle coste meridionali del Giappone, il magma sta risalendo. La caldera di Kikai, il supervulcano responsabile dell’eruzione più potente degli ultimi 11.700 anni, si sta lentamente ricaricando. Lo ha confermato uno studio pubblicato il 27 marzo 2026 sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment, condotto da ricercatori dell’Università di Kobe in collaborazione con l’Agenzia giapponese per le scienze marine e terrestri, la JAMSTEC.

Per capire la portata della scoperta, vale la pena fermarsi un momento sull’eruzione originale. Circa 7.300 anni fa, Kikai esplose in quella che i geologi classificano come una delle catastrofi naturali più violente dell’intera era geologica attuale, l’Olocene, l’epoca che coincide, in sostanza, con tutta la storia della civiltà umana. In pochi giorni, il vulcano scaricò nell’atmosfera circa 150-160 chilometri cubi di materiale. Per dare un’idea: l’eruzione del Monte Sant’Elena nel 1980 ne espulse meno di uno.

Quella del Pinatubo nel 1991, che abbassò le temperature globali di quasi mezzo grado, ne produsse circa dieci. Kikai ne generò sedici volte di più. Nuvole di gas e roccia incandescente avanzarono a velocità devastante su terra e mare. Il suolo sovrastante collassò su sé stesso, creando la vasta depressione circolare, la caldera, che oggi giace per lo più sott’acqua.

Un vulcano
Un vulcano (fonte: Unsplash)

Paradossalmente, la posizione subacquea di Kikai ha reso lo studio più agevole. Il team di Kobe, guidato dal geofisico Nobukazu Seama, ha potuto operare in modo sistematico su un’area molto più ampia rispetto a quanto sarebbe stato possibile su terraferma, senza dover fare i conti con abitati, infrastrutture o terreni impervi. La metodologia impiegata è di quelle che lasciano poca ambiguità: cannoni ad aria compressa hanno generato onde sismiche controllate, capaci di penetrare il fondale e la crosta sottostante; una rete di sismometri posizionati sul fondo dell’oceano ne ha registrato la propagazione, restituendo una mappa tridimensionale dettagliata delle strutture geologiche profonde.

Quello che è emerso è inequivocabile: esiste un grande serbatoio di magma, posizionato tra i 2,5 e i 6 chilometri di profondità sotto il fondale, nella stessa esatta posizione occupata dal sistema che alimentò l’eruzione di 7.300 anni fa.

Qui sta il punto cruciale dello studio. Non si tratta di avanzi raffreddati dell’antica catastrofe. Le analisi chimiche del materiale eruttato negli ultimi millenni mostrano una composizione diversa da quella dell’evento originale, il che significa, nella logica della geologia, una sola cosa: magma fresco è entrato nel sistema dal basso, risalendo dal mantello terrestre. A confermare questo processo c’è anche la presenza, al centro della caldera, di una cupola lavica che ha iniziato a crescere circa 3.900 anni fa e che oggi è riconosciuta come la più grande struttura di questo tipo al mondo, con un volume superiore ai 32 chilometri cubi.

I ricercatori sono espliciti nel sottolineare le implicazioni più ampie del loro lavoro. Il modello di re-iniezione del magma osservato a Kikai potrebbe essere un comportamento comune a tutti i grandi sistemi di caldera, inclusi Yellowstone, negli Stati Uniti, Toba, in Indonesia, e Santorini, nel Mediterraneo. Questo cambia radicalmente il modo in cui si guarda all’inattività apparente di queste strutture: il silenzio di superficie non è necessariamente sinonimo di sistema spento.

Va detto con chiarezza: lo studio non annuncia alcuna eruzione imminente. Le scale temporali dei supervulcani si misurano in millenni, non in anni o decenni. Ciò che la ricerca offre è qualcosa di più duraturo: un modello. La prova che questi sistemi non si esauriscono dopo un’eruzione colossale, ma si ricaricano lentamente, nell’arco di migliaia di anni, ricostruendo le condizioni per future attività. Seama ha dichiarato che il team intende affinare ulteriormente i metodi di mappatura, con l’obiettivo di riconoscere, in futuro, i segnali che potrebbero anticipare eventi di quella magnitudine. Una sfida ancora aperta, e tra le più difficili della geofisica moderna.

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