L’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato i risultati di una vasta indagine che identifica ufficialmente il celebre street artist Banksy in Robin Gunningham, cittadino originario di Bristol. Attraverso il recupero di una confessione scritta risalente a un arresto avvenuto a New York nel 2000 e l’analisi di testimonianze raccolte tra l’Ucraina e la Giamaica, i giornalisti hanno ricostruito il percorso dell’uomo dietro lo pseudonimo più famoso del mondo. Nonostante le smentite legali, la mole di prove documentali sembra tracciare un profilo definitivo che smentisce anni di speculazioni e teorie alternative.

Per decenni, l’identità di Banksy è stata l’enigma meglio custodito del mercato dell’arte globale. L’investigazione, intitolata “In Search of Banksy”, ha incrociato dati provenienti da diversi continenti. Un tassello fondamentale è emerso dagli archivi della polizia di New York, dove è stato rinvenuto un verbale di arresto del 2000 che riporta una confessione autografa del writer. A questo si aggiungono le testimonianze raccolte in Ucraina nel 2022: sebbene in quel periodo fosse presente anche Robert Del Naja (frontman dei Massive Attack e a lungo sospettato di essere l’artista), i reporter hanno accertato che il musicista era accompagnato da un altro uomo, identificato appunto come Robin Gunningham.
Gunningham, che secondo le ricostruzioni avrebbe cambiato legalmente nome in David Jones diversi anni fa, era già stato indicato come possibile “volto” di Banksy in un report del 2008, ma l’inchiesta attuale aggiunge dettagli inediti. Tra questi, il coinvolgimento del fotografo giamaicano Peter Dean Rickards, con cui l’artista avrebbe avuto un acceso diverbio dopo la pubblicazione di alcuni scatti non autorizzati del suo viso.
La pubblicazione di queste informazioni ha sollevato una dura reazione da parte dei legali di Banksy. L’avvocato Mark Stephens ha comunicato che la diffusione del vero nome dell’artista rappresenta una violazione della privacy che potrebbe comprometterne l’incolumità e l’attività creativa. Secondo la difesa, operare sotto pseudonimo non è un semplice vezzo, ma una necessità sociale: permette di criticare il potere senza timore di ritorsioni, censure o procedimenti giudiziari.
Inoltre, va ricordato che nel Regno Unito il graffitismo è considerato un atto illegale se praticato su proprietà pubbliche o private senza autorizzazione. Rivelare l’identità civile di Banksy significa, tecnicamente, esporre un cittadino a possibili contestazioni legali per danni alla proprietà, un aspetto che molti suoi colleghi writer considerano un privilegio ingiusto di cui l’artista ha goduto finora grazie al suo status di celebrità protetta dall’anonimato.
La curiosità del pubblico non è solo accademica, ma muove capitali immensi. Le opere di Banksy hanno raggiunto quotazioni da capogiro: l’opera “Girl With Balloon”, parzialmente distrutta da un tritacarte nascosto nella cornice subito dopo l’asta, è stata successivamente rivenduta per circa 25 milioni di dollari con il nuovo titolo “Love Is in the Bin”. Secondo l’inchiesta, un uomo con le sembianze di Gunningham era presente tra il pubblico di Sotheby’s a Londra proprio durante quel celebre evento virale, osservando nell’ombra la reazione della folla.
Mentre l’ultima opera dell’artista, una critica alla repressione delle proteste pro-Palestina apparsa presso la Royal Courts of Justice, è stata rimossa con la consueta rapidità, il mondo si interroga ora se la fine dell’anonimato segnerà anche la fine del mito. Per ora, il nome di Robin Gunningham resta il fulcro di una verità che l’industria dell’arte e le autorità hanno cercato di decifrare per oltre trent’anni.



