Venerdì 13 marzo 2026, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno arrestato un noto giornalista televisivo di 52 anni, ex vicedirettore di un telegiornale nazionale, e la sua compagna, professoressa di liceo di 48 anni residente a Treviso. I due sono accusati di gravi reati su minori, produzione e detenzione di materiale illegale. Tra le vittime figurano la figlia minorenne della donna e due suoi nipoti in età prescolare. L’operazione si è svolta in modo simultaneo su due fronti. A Roma, i militari dell’Arma hanno atteso il giornalista sul marciapiede della stazione Termini, intercettandolo non appena è sceso da un treno proveniente da Bologna. Una scelta operativa precisa: gli investigatori hanno voluto evitare che il fermo avvenisse davanti ai suoi due figli, che viaggiavano con lui. Nello stesso momento, a Treviso, un’altra pattuglia bussava alla porta dell’insegnante, che è stata poi trasferita nel carcere locale.
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L’uomo, oggi dirigente della comunicazione in una grande azienda a partecipazione statale, vantava una carriera di lungo corso nel giornalismo televisivo: da inviato di un tg nazionale era salito fino alla vicedirezione, per poi transitare ai vertici della comunicazione aziendale, prima in una realtà energetica pubblica e poi in una società privata. Dietro questa facciata professionale, secondo gli inquirenti, si celava una realtà ben diversa.
“Ho trovato alcune foto nel computer di mamma“: da questa frase, pronunciata nell’autunno 2025, è partita un’indagine che ha portato a due arresti.
Tutto comincia nell’autunno del 2025. La figlia della professoressa, durante un soggiorno a Treviso nella casa materna, naviga per caso nel portatile della donna e si imbatte in contenuti che la turbano profondamente. Lo racconta immediatamente al padre, dal quale è separata la madre. Il genitore, senza esitare, si rivolge ai carabinieri e presenta una denuncia formale.
Da quel momento scattano le indagini coordinate dalla Procura di Roma, affidate al procuratore aggiunto Maurizio Arcuri e alla pm Maria Perna. Gli investigatori acquisiscono testimonianze, procedono all’audizione protetta della minore, una modalità prevista dalla legge per tutelare i bambini durante i procedimenti penali, e avviano una serie di perquisizioni tra Treviso e Roma nelle abitazioni dei due indagati.
Il materiale sequestrato è abbondante e inequivocabile. Telefoni cellulari, computer portatili, tablet e altri dispositivi sono stati analizzati dai tecnici forensi, che hanno estratto e catalogato una mole elevatissima di file, foto e video, ritraenti minori in maniera illegale e non appropriata. All’interno delle chat scambiate tra i due, oltre ai file, emergono messaggi e commenti che documenterebbero come la professoressa abbia compiuto atti illeciti sui bambini su istigazione del compagno, includendo la propria figlia e i nipoti del fratello, due bimbi di 5 e 8 anni, quando questi le venivano affidati.
Secondo i carabinieri, le conversazioni private tra i due indagati non si limitano a descrivere ciò che sarebbe già avvenuto: contengono anche discussioni su ciò che i due avrebbero pianificato di fare in futuro. Per i magistrati romani, questo quadro probatorio, testimonianze, copie forensi dei dispositivi e audizioni protette, è ritenuto solido e schiacciante, tale da giustificare la misura della custodia cautelare.
Le identità dei due arrestati sono mantenute riservate dagli inquirenti, una scelta che non ha nulla di casuale: rendere pubblici i nomi degli adulti coinvolti permetterebbe di risalire, anche indirettamente, all’identità delle vittime minorenni, che la legge italiana tutela con il più stretto anonimato. È una norma di civiltà giuridica che protegge chi ha già subito un danno enorme da ulteriori esposizioni pubbliche. Entrambi gli indagati saranno sottoposti a interrogatorio di garanzia nel corso della settimana successiva all’arresto.



