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Home » Attualità » Bruno Contrada è morto: chi era l’ex 007 accusato di legami con la mafia, riabilitato dalla Corte europea

Bruno Contrada è morto: chi era l’ex 007 accusato di legami con la mafia, riabilitato dalla Corte europea

È morto a 94 anni Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde: una vita tra indagini antimafia, processi controversi e una condanna poi annullata dalla Corte europea.
RedazioneDi Redazione13 Marzo 2026Aggiornato:13 Marzo 2026
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Bruno Contrada
Bruno Contrada (YouTube)

Bruno Contrada è morto a 94 anni. Ex numero tre del Sisde e capo della Mobile di Palermo, è stato al centro di uno dei casi giudiziari più discussi della storia repubblicana italiana: condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, poi scagionato dalla Corte europea dei diritti umani.

Nato il 2 settembre 1931, per decenni, incarnò sia le speranze della lotta alla mafia siciliana sia le sue zone d’ombra più inquietanti. La sua lunga esistenza attraversò le stagioni più violente di Cosa Nostra, le stragi, i boss latitanti, i magistrati uccisi, e si chiuse dopo una vicenda giudiziaria che ha diviso l’Italia in due, con una parte del paese convinta della sua colpevolezza e un’altra della sua innocenza.

Entrato nelle forze dell’ordine alla fine degli anni Cinquanta, Contrada costruì la sua carriera mattone dopo mattone fino a diventare un punto di riferimento nell’antimafia operativa. Nel 1973 assunse la guida della Squadra Mobile di Palermo, la città più calda d’Italia in quegli anni. Poi passò alla Criminalpol, coordinando le operazioni antimafia in Sicilia e Sardegna, prima di salire ancora nella gerarchia dei servizi segreti civili, il Sisde, dove raggiunse il terzo gradino più alto.

Negli anni della sua attività, Palermo era una città in guerra. Colleghi come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Ninni Cassarà caddero sotto i colpi della mafia. Contrada li conobbe quasi tutti. Lavorò con loro, li perse, e continuò a fare il proprio mestiere. I suoi sostenitori ricordano arresti eccellenti, sequestri di beni ai vertici di Cosa Nostra, tra cui i patrimoni riconducibili a Totò Riina e Bernardo Provenzano, e una riorganizzazione interna del Sisde con una specifica funzione antimafia, là dove prima si combatteva il terrorismo. I suoi accusatori, invece, dipinsero un quadro radicalmente diverso.

Il nome di Contrada rimase legato per sempre a ciò che gli storici e i giornalisti d’inchiesta hanno chiamato la “zona grigia”: quel territorio ambiguo dove lo Stato e la criminalità organizzata si sfioravano, si conoscevano, a volte si coprivano. Secondo diversi collaboratori di giustizia, tra cui Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo e Salvatore Cancemi, Contrada aveva costruito nel tempo un rapporto di reciproca utilità con alcuni dei boss più potenti di Cosa Nostra, da Stefano Bontate a Michele Greco, fino a Totò Riina. Le “soffiate” alle famiglie mafiose per sfuggire alle retate, le informazioni scambiate sottobanco: questa fu la tesi dell’accusa.

Il suo nome comparve anche in relazione alla strage di via D’Amelio del 1992, in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino. Contrada si definì amico e collaboratore di Borsellino, ma la famiglia del magistrato smentì questa versione con fermezza. Rimase invece nella memoria collettiva l’immagine di Borsellino che, la sera del 1° luglio 1992, tornò da Roma, dove aveva incontrato sia Contrada che l’allora ministro degli Interni, agitato, con due sigarette accese tra le dita.

Arrestato la mattina della vigilia di Natale del 1992 per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada trascorse quasi tre anni in custodia cautelare. Le vicende processuali si rivelarono un labirinto: assolto in appello nel 2001, vide ribaltare la sentenza in Cassazione; fu poi nuovamente condannato a dieci anni nel 2006 e la pena divenne definitiva l’anno seguente. In tutto scontò circa otto anni tra carcere e domiciliari, nonostante le gravi condizioni di salute che lo afflissero nel periodo della detenzione.

La svolta arrivò da Strasburgo. Nel 2014 la Corte europea dei diritti umani condannò l’Italia per non avergli concesso tempestivamente gli arresti domiciliari pur essendo gravemente malato, un trattamento ritenuto inumano e degradante. L’anno seguente, una seconda sentenza della stessa Corte stabilì che Contrada non avrebbe dovuto essere processato, perché il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era giuridicamente definito al momento dei fatti contestati, tra il 1979 e il 1988.

In parole semplici: lo Stato lo aveva condannato per qualcosa che, all’epoca, non era ancora chiaramente un crimine. Nel 2017 la Corte di Cassazione dichiarò la condanna “ineseguibile”, chiudendo formalmente il capitolo penale. Lo stesso anno, il capo della Polizia Franco Gabrielli revocò la sua destituzione con effetto retroattivo al 1993, reintegrandolo tra i pensionati della Polizia di Stato. Di Contrada si era parlato ultimamente per l’arresto dell’ex poliziotto Filippo Piritore che avrebbe intralciato le indagini sulla morte di Piersanti Mattarella nel 1980.

 

 

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