Il Parlamento europeo ha approvato con 581 voti a favore, 21 contrari e 42 astensioni una direttiva anticorruzione che obbliga l’Italia a reintrodurre il reato di abuso d’ufficio, cancellato dal governo Meloni nell’agosto 2024. La decisione arriva da Strasburgo e mette Roma di fronte a un paradosso: la delegazione italiana ha votato a favore della direttiva, compresi i deputati di Fratelli d’Italia, lo stesso partito che meno di due anni fa aveva eliminato proprio quel reato.
L’abuso d’ufficio, reato previsto dall’articolo 323 del codice penale italiano, si verificava quando un pubblico ufficiale, nell’esercizio delle sue funzioni, causava un danno ingiusto a qualcuno o procurava a sé o ad altri un vantaggio illegittimo, violando leggi o regolamenti oppure non astenendosi in situazioni di conflitto di interessi. Era in pratica il reato “ombrello” dei crimini nella pubblica amministrazione: copriva tutte quelle condotte illecite che non rientravano in reati più specifici come la corruzione o la truffa. Un esempio classico: il sindaco che assegna un appalto a un parente o amico.
Il 10 luglio 2024 il Parlamento ha approvato l’abolizione del reato, fortemente voluta dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Le ragioni principali erano due. La prima: molti amministratori pubblici sostenevano di avere “paura della firma”, cioè di essere paralizzati dalla paura di finire sotto processo per ogni decisione amministrativa difficile. La seconda: il reato si era rivelato quasi inutile in pratica, perché circa il 94% dei procedimenti si concludeva con un’assoluzione. In conseguenza dell’abolizione, anche tutte le condanne già passate in giudicato per questo reato dovevano essere formalmente annullate.

Il Parlamento europeo ha approvato oggi una direttiva anticorruzione con 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astenuti. La direttiva elenca i reati che tutti gli Stati membri sono obbligati ad avere nel loro ordinamento penale. Tra questi figura esplicitamente l'”esercizio illecito di funzioni pubbliche”, che corrisponde sostanzialmente all’abuso d’ufficio. La relatrice della direttiva ha dichiarato che l’Italia dovrà obbligatoriamente reintrodurre come reato almeno le forme più gravi di questa condotta. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha ricordato che l’Italia stessa ha votato a favore della direttiva e si aspetta che venga applicata.
La maggioranza di centrodestra contesta l’interpretazione della direttiva. Secondo la delegazione della Lega, “la direttiva anti-corruzione non reintroduce l’abuso d’ufficio”. Il testo farebbe “generico riferimento all’esercizio illecito di funzioni pubbliche, lasciando agli Stati membri ampia libertà sulle condotte dei pubblici ufficiali soggette a reato penale”. Per Lega e Fratelli d’Italia, quanto previsto dall’articolo 7 del testo sarebbe già contemplato dai reati esistenti nella legislazione italiana.
La relatrice Garcia Hermida ha però respinto questa lettura: “Il nostro mandato è stato molto chiaro in materia di abuso d’ufficio. Sono quindi estremamente lieta che l’Italia, pur rimanendo entro i limiti previsti da una direttiva, dovrà affrontare la questione”. E ha aggiunto: “Non spetta a me entrare nel merito delle definizioni con il governo italiano ma, se non ritenessero la questione così importante, non si sarebbero opposti con tanta forza. Immagino che questa sia la risposta”.
A festeggiare il voto sono stati immediatamente i partiti di opposizione. Il leader pentastellato Giuseppe Conte ha detto: “È arrivata un’altra batosta per Meloni e Nordio sulla giustizia. In pratica, avevano cancellato questo reato per privilegiare politici e colletti bianchi che abusavano del proprio potere nei concorsi e nelle gare pubbliche, adesso dovranno reintrodurlo”.
La direttiva dovrà ora essere formalmente adottata dal Consiglio ed entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Gli Stati membri avranno 24 mesi per recepirla, con un termine esteso a 36 mesi per le disposizioni riguardanti le valutazioni dei rischi e le strategie nazionali. Il nuovo quadro normativo mira a colmare le lacune nell’applicazione delle norme modernizzando le regole, allineando le definizioni giuridiche e introducendo livelli comuni di sanzioni, lasciando comunque ai paesi membri la possibilità di adottare norme più severe e adattarle ai propri sistemi giuridici.



