Quarantatré anni di carriera in magistratura, quaranta faldoni letti e riletti, e una certezza tenuta nel cassetto per quasi trent’anni per paura di querele. L’ex procuratore della Repubblica Giovanni Malerba, che si occupò del caso Orlandi nel 1997 redigendo la requisitoria per la prima archiviazione giudiziaria, ha aperto uno spiraglio importante davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori, riunita ieri a Palazzo San Macuto.
Le sue parole hanno lasciato sgomenti i commissari. All’epoca, nella requisitoria del 1997, Malerba usò il termine generico “ambiente romano” per descrivere il contesto in cui, a suo avviso, sarebbe maturato il sequestro della quindicenne cittadina vaticana, scomparsa il 22 giugno 1983. Adesso, a microfoni accesi e con la pensione alle spalle, è andato oltre:
La mia sensazione è sempre stata che quell’ambiente romano fosse, in realtà, un ambiente Oltretevere.
In altre parole: il Vaticano. Una conclusione basata non su intuizioni, ma sullo studio approfondito degli atti istruttori accumulati in anni di indagini. Al centro della ricostruzione di Malerba c’è la parola “depistaggio”, declinata in tutte le sue forme. Dopo la scomparsa di Emanuela si moltiplicarono le rivendicazioni: il misterioso telefonista soprannominato “l’Americano”, il Fronte Turkesh, messaggi anonimi spediti da Boston.
Nessuno di questi soggetti, però, fu mai in grado di fornire una prova concreta che la ragazza fosse ancora viva, nessuna fotografia con un giornale datato, nessun segnale inequivocabile.

Persino i Lupi Grigi, il gruppo turco di estrema destra legato ad Ali Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II nel 1981, rientrano, secondo il magistrato, nel meccanismo del depistaggio. La loro pretesa di voler liberare Agca in cambio di Emanuela non fu mai supportata da elementi concreti. Un manoscritto ritrovato il 4 settembre 1983 in un furgone Rai parcheggiato a Castel Gandolfo, dopo una telefonata anonima, è tra i documenti citati a sostegno di questa lettura.
Malerba è convinto che il caso Orlandi e quello di Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983, quarantasei giorni prima di Emanuela, siano due facce della stessa operazione criminale. Le analogie sono numerose e difficili da ignorare: entrambe quindicenni, entrambe sparite di giorno senza violenza apparente, con le vittime che si sarebbero allontanate ingannate da qualcuno di cui si fidavano.
L’ex procuratore ha anche rivalutato la pista della Banda della Magliana, inizialmente giudicata improbabile. Con il tempo, Malerba si è convinto che il gruppo criminale romano abbia avuto “un ruolo nello smaltimento”, termine volutamente pesante, che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche sulla sorte delle due ragazze. Ha richiamato anche la questione irrisolta della sepoltura del boss Renatino De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare, avvenuta con il benestare del cardinale Ugo Poletti, allora Vicario di Roma.
Tra le figure passate in rassegna spicca anche quella di Raoul Bonarelli, ex agente della Gendarmeria vaticana, a lungo indagato e poi prosciolto, che era stato visto in un bar con Mirella Gregori e la sua amica Sonia De Vito. Il riconoscimento fotografico fu effettuato con un ritardo di dieci anni, nel 1993, e non andò a buon fine.
A chiudere l’audizione, una confessione umana e inaspettata. In quarantatré anni di toga, Malerba afferma di non aver mai provato una sensazione simile a quella lasciatagli dal caso Orlandi: la totale insoddisfazione di chi ha lavorato sodo senza riuscire ad avvicinarsi alla verità. Una verità che, a distanza di oltre quarant’anni, sembra ancora lontanissima.



