Settantacinque anni, originario di Agrigento, una carriera brillante nelle forze dell’ordine culminata con l’incarico di prefetto: Filippo Piritore rappresentava l’immagine del servitore dello Stato. Oggi, a distanza di oltre quattro decenni dall’omicidio di Piersanti Mattarella, il suo nome è al centro di un’accusa gravissima: depistaggio nelle indagini su uno dei delitti più oscuri della storia repubblicana italiana.
L’accusa che pesa sull’ex prefetto riguarda la sparizione di una prova fondamentale: il guanto lasciato dal killer sull’auto utilizzata per l’agguato al presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio 1980 a Palermo. Secondo l’ipotesi investigativa, Piritore avrebbe “affermato il falso e taciuto quanto a sua conoscenza” proprio in merito a questo reperto cruciale, contribuendo così a depistare le indagini e a impedire che si facesse piena luce sull’assassinio.
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La carriera di Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra Mobile di Palermo ed ex prefetto, nell’amministrazione dell’Interno è iniziata alla fine degli anni Settanta, proprio nel periodo in cui la Sicilia era insanguinata dalla guerra di mafia e dagli omicidi eccellenti. Ha lavorato nelle questure di Palermo e Ragusa, per poi trasferirsi a Roma nel 1985, dove ha operato per quindici anni guidando i commissariati di pubblica sicurezza di Esposizione, Prati e Trevi.
Nel 2001 ha raggiunto il grado di dirigente superiore, venendo nominato questore a Macerata. La sua carriera è proseguita con gli incarichi a Caltanissetta e poi a L’Aquila nel 2009, anno del devastante terremoto che colpì la città abruzzese. Nel gennaio 2010 è stato trasferito a Genova come questore, per poi concludere la sua esperienza operativa nel 2011. A dicembre dello stesso anno è stato nominato prefetto di Isernia, incarico che ha ricoperto fino al pensionamento.
Ma è nelle motivazioni del giudice per le indagini preliminari di Palermo, che ha disposto gli arresti domiciliari per Piritore, che emerge il quadro più inquietante. Il gip scrive parole durissime: l’ex prefetto sarebbe stato “immemore del giuramento di fedeltà prestato nei confronti della Repubblica italiana” e avrebbe “fattivamente contribuito alla dispersione di un reperto di importanza primaria” per le indagini sull’assassinio di Mattarella.
Ancora più allarmante, secondo il giudice, è il fatto che Piritore avrebbe continuato “ancora oggi” a perseguire un “progetto illecito di depistaggio, attraverso propalazioni nocive per gli accertamenti investigativi”. La circostanza che l’indagato sia in pensione non attenua la gravità della situazione: la sua “spregiudicatezza”, la “pervicacia” con cui perseguirebbe la finalità illecita e la “”dimostrata capacità relazionale”” che coinvolgerebbe ambienti interni alla questura rappresenterebbero un pericolo concreto.
Il giudice, in poche parole, ritiene che Piritore sia ancora in grado di reiterare il reato e di inquinare le prove.
L’omicidio di Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rimane una delle pagine più buie della storia italiana. Il presidente della Regione siciliana fu ucciso mentre si recava a messa con la famiglia, in un agguato che si ritiene collegato agli intrecci tra mafia, politica e apparati dello Stato. La sparizione di prove come il guanto del killer ha rappresentato per decenni uno degli ostacoli principali all’accertamento completo della verità.



