Per capire perché questa scelta non sorprenda chi conosce la sua storia politica, vale la pena ripercorrere il percorso di quest’uomo nato a Madrid il 29 febbraio 1972, una data insolita, che già da sola racconta qualcosa di fuori dall’ordinario. Economista di formazione e docente universitario prima di entrare in politica, Sánchez ha studiato tra Madrid, Bruxelles e la prestigiosa IESE Business School. Non è un leader cresciuto nell’ombra delle retrovie: è entrato nella scena politica nel 2004 come consigliere comunale della capitale spagnola, per poi scalare rapidamente le gerarchie del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE).
La sua ascesa, però, non è stata lineare. Nel 2016 fu costretto a dimettersi dalla guida del PSOE dopo tensioni interne devastanti, si era opposto con forza alla rielezione di Mariano Rajoy come primo ministro, e il partito non glielo perdonò. Ma Sánchez tornò: vinse le primarie nel maggio 2017, riprese la segreteria e, nel giugno 2018, presentò una mozione di sfiducia contro Rajoy che il Congresso dei Deputati approvò. Divenne così presidente del Governo il giorno successivo, il 2 giugno 2018. Quella capacità di resistere alle pressioni e ricominciare è diventata il suo marchio.
“Non saremo complici di qualcosa di dannoso per il mondo solo per paura di rappresaglie.”
Lo scontro con Trump è esploso nelle ultime ore. Tutto è partito dal rifiuto di Madrid di autorizzare l’utilizzo delle basi militari congiunte di Rota e Morón, due installazioni in Andalusia, nel sud della Spagna, tecnicamente condivise con gli Stati Uniti ma sotto piena sovranità spagnola, per operazioni legate agli attacchi contro l’Iran. A seguito di questo rifiuto, Washington ha trasferito quindici aerei, tra cui cisterne rifornimento, fuori dal territorio spagnolo. Trump, in conferenza stampa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, non ha usato mezze parole: ha definito la Spagna un “partner terribile” e ha annunciato l’intenzione di interrompere ogni scambio commerciale con Madrid.
Sánchez ha risposto in un discorso televisivo nazionale con la chiarezza di chi non ha intenzione di cedere: “La posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole: no alla guerra“. Ha poi aggiunto che condannare il regime iraniano per le repressioni interne, in particolare contro le donne, non significa accettare un intervento militare che definisce “ingiustificato e pericoloso“, fuori da ogni cornice di diritto internazionale. “Così iniziano i grandi disastri dell’umanità“, ha avvertito, parlando del rischio di giocare alla roulette russa con milioni di vite.
Non si tratta di un episodio isolato. Sánchez ha già sfidato Washington su altri fronti: ha vietato l’attracco in porti spagnoli alle navi che trasportavano armi verso Israele, la Spagna è stata tra i primi paesi europei a riconoscere lo Stato di Palestina nel 2024 e ha rifiutato di portare la spesa per la difesa NATO al 5% del PIL richiesto dagli Stati Uniti, fissandola al 2,1%. Una serie di scelte che disegnano un profilo preciso: quello di un leader socialdemocratico che non considera la lealtà atlantica un obbligo incondizionato.



