Ieri sera, intorno alle 18, Abderrahim Mansouri, 28 anni di origine marocchina, ha perso la vita in via Giuseppe Impastato, nel quartiere di Rogoredo, alla periferia sud di Milano. A ucciderlo è stato un agente di polizia che ha esploso un colpo di pistola, centrandolo alla testa. L’agente è ora sotto inchiesta per omicidio volontario. Una squadra di sei agenti stava effettuando controlli antidroga nella zona, nota per il traffico di sostanze illegali come l’eroina. Durante l’operazione, mentre gli agenti stavano decidendo se arrestare una persona controllata, Mansouri è uscito da una tenda nelle vicinanze. Secondo la versione fornita dalla polizia, il giovane ha estratto quella che sembrava una Beretta 92 e l’ha puntata verso gli agenti.
Dopo aver intimato l’alt, uno degli agenti ha sparato. Solo successivamente è emerso che l’arma di Mansouri era una pistola a salve, cioè sostanzialmente finta, senza proiettili veri. I poliziotti hanno riferito che la replica non aveva il tappo rosso che distingue le armi giocattolo da quelle autentiche.
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Durante l’interrogatorio con il pubblico ministero Giovanni Tarzia, il poliziotto ha dichiarato di aver agito per paura e per difendersi, senza alcuna intenzione di uccidere:
“Gli avevamo detto: “Fermo, polizia”, lui si è avvicinato ancora, era a una ventina di metri e mi ha puntato l’arma contro, ho avuto paura e ho sparato per difendermi“
L’avvocato difensore, Pietro Porciani, ha sottolineato che Mansouri continuava ad avanzare nonostante gli ordini di fermarsi, trovandosi a circa venti metri di distanza dagli agenti. L’agente sostiene di aver sparato perché si sentiva minacciato.
Il cognome Mansouri non è sconosciuto agli investigatori milanesi. La famiglia marocchina Mansouri è da anni al centro delle attività di spaccio a Rogoredo, gestendo una rete di piccoli spacciatori chiamati “cavallini” che riforniscono continuamente la piazza di droga nel tristemente famoso “bosco della droga”.
Nel 2021, un’inchiesta aveva portato all’arresto di due membri della famiglia Mansouri, Driss e Mustapha, ritenuti figure di livello intermedio nell’organizzazione dello spaccio. Secondo gli investigatori, Abderrahim ricopriva un ruolo simile, considerato quasi un dirigente del clan familiare.
Il 28enne aveva diversi precedenti penali per spaccio di droga, rapina e resistenza a pubblico ufficiale. Il fatto che si trovasse nella zona con un’arma, seppur a salve, ha fatto ipotizzare agli inquirenti che stesse sorvegliando o rifornendo uno dei pusher attivi in quel momento. Secondo quanto riferito dall’avvocato del poliziotto, al momento del fermo Mansouri aveva con sé diverse tipologie di stupefacenti.
L’episodio ha scatenato reazioni contrastanti tra i politici. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha colto l’occasione per denunciare la tolleranza eccessiva verso gli spacciatori: “Vengono fermati, gli viene data una denuncia a piede libero e vanno avanti. Serve più severità e lo dico da uomo di sinistra, perché chi vende morte merita maggiore rigore”. Sala ha anche ricordato che, nonostante il Boschetto della droga di Rogoredo sia stato liberato, il fenomeno dello spaccio non si è fermato.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha adottato una linea più cauta, invitando ad aspettare l’esito delle indagini prima di esprimere giudizi. “Non diamo scudi immunitari a nessuno, ma chiedo anche di non fare presunzioni di colpevolezza”, ha dichiarato, sottolineando che le autorità competenti dovranno valutare serenamente quanto accaduto in un contesto operativo molto complesso.
Posizione netta invece per il vicepremier Matteo Salvini, che si è schierato immediatamente dalla parte dell’agente: “Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma”.



