Ogni volta che ci rechiamo alle urne, ci troviamo tra le mani uno o più fogli colorati. Rosa, giallo, arancione, grigio, ma chi decide questi colori? È una scelta casuale, estetica, o c’è una logica precisa dietro? La risposta, a sorpresa, è: entrambe le cose e dipende molto dal tipo di elezione. In Italia, la responsabilità di definire le caratteristiche delle schede elettorali spetta al Ministero dell’Interno, attraverso la sua Direzione Centrale per i Servizi Elettorali. Le schede vengono stampate su carta speciale dal Poligrafico dello Stato, mentre le prefetture selezionano le sedi autorizzate alla stampa e il Ministero dell’Economia aggiorna a ogni elezione le previsioni di spesa.
Il colore non è dunque il frutto di un capriccio, ma di un decreto ministeriale emanato prima di ogni consultazione. La norma di riferimento è il Testo Unico delle leggi elettorali (D.P.R. 361 del 30 marzo 1957 e successive modifiche), che attribuisce al Ministro dell’Interno il potere di stabilire, con proprio decreto, le caratteristiche essenziali delle schede.

Il colore come strumento di chiarezza
La funzione del colore è innanzitutto pratica: evitare confusione all’interno del seggio. Quando si vota per più organi contemporaneamente, o su più quesiti referendari, schede di colori diversi permettono agli scrutatori e agli elettori di distinguere immediatamente a cosa si riferisce ciascun foglio.
Nelle elezioni politiche, per esempio, la distinzione è tradizionale e consolidata: la scheda rosa è riservata alla Camera dei Deputati, quella arancione al Senato della Repubblica. I colori però non sono immutabili: cambiano da tornata a tornata, in base alle decisioni ministeriali.
Referendum: il caso in cui il colore è ancora più importante
È in occasione dei referendum che il codice cromatico diventa davvero fondamentale. Quando i quesiti sono più di uno, come avviene spesso con i referendum abrogativi, ogni scheda ha un colore diverso per distinguere i temi su cui si vota. Un esempio recente è quello dei cinque referendum dell’8 e 9 giugno 2025: le schede erano di colore diverso per ciascun quesito, verde chiaro, arancione, grigia, rosso rubino e gialla, ognuna corrispondente a un tema specifico su lavoro e cittadinanza.
E per le elezioni europee? Si cambia per circoscrizione
Per le elezioni europee, il criterio cambia ulteriormente: il colore non distingue la Camera dal Senato, ma la circoscrizione geografica di appartenenza. Alle europee del 2024, per esempio, la scheda grigia era per l’Italia nord-occidentale, quella marrone per il nord-est, rosso rubino per l’Italia centrale, arancione per il Sud e rosa per le isole.
Non c’è un “codice dei colori” fisso
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in Italia non esiste una tabella cromatica permanente che assegni in modo definitivo un colore a ciascun organo elettivo. I colori vengono scelti volta per volta, con il principale obiettivo di garantire la massima distinguibilità tra le schede presenti nello stesso seggio in quella specifica tornata. Questo significa che la scheda gialla può essere del Senato in un’elezione e di un quesito referendario in un’altra.
Un dettaglio curioso che, in fondo, racconta qualcosa di essenziale sulla democrazia: anche un foglio colorato, apparentemente banale, è il risultato di regole precise, pensate per proteggere la chiarezza e la libertà del voto.



