Una tragedia che si è consumata in poche ore sulle vette dell’Himalaya ha portato via la vita a cinque alpinisti italiani. Due incidenti separati, avvenuti tra venerdì e lunedì scorsi, infatti, hanno trasformato quello che doveva essere un sogno di conquista delle montagne più alte del mondo in un incubo per le famiglie e per l’intera comunità dell’alpinismo italiano.

La Farnesina ha confermato martedì mattina la morte di Alessandro Caputo e Stefano Farronato, travolti da una valanga mentre tentavano la scalata al Panbari Himal, una montagna remota e poco frequentata del Nepal occidentale alta 6.887 metri. Caputo, 28 anni, era un maestro di sci milanese che lavorava a Sankt Moritz. Farronato, 50 anni, arboricoltore di Bassano del Grappa, aveva alle spalle diverse spedizioni dal Nepal al Canada e l’Alaska. A dare l’allarme per i due alpinisti è stato Valter Perlino, 64 anni, veterinario di Pinerolo, il terzo italiano della spedizione che per un infortunio al piede si era fermato al campo base. L’ultimo messaggio postato dai tre prima della tragedia recitava:
Qui ogni metro guadagnato è frutto di forza, esperienza e rispetto per la montagna.
Il secondo disastro si è verificato lunedì mattina, quando una valanga ha colpito un gruppo di 12 persone al campo base del picco Yalung Ri, a 5.630 metri di altitudine nel Nepal centrale. Sette persone hanno perso la vita: tre italiani, due nepalesi, un tedesco e un alpinista francese. Quattro feriti, due alpinisti francesi e due nepalesi, sono stati trasportati martedì mattina nella capitale Kathmandu.
Le vittime italiane sono state identificate come Paolo Cocco, Marco Di Marcello e Markus Kirchler. Cocco, fotografo e grafico che lavorava in Austria, era originario di Fara San Martino in provincia di Chieti, dove era stato anche vice sindaco dal 2011 al 2016. Il sindaco Antonio Tavani lo ricorda con dolore:
Per me è come un fratello piccolo. Paolo era partito il 24 ottobre e il 20 novembre doveva rientrare. Da quello che sappiamo era quasi sulla vetta ed è stato travolto da una valanga. Spero solo che possano trovarlo. Una famiglia segnata, aveva perso un fratello di 18 anni venti anni fa.
Marco Di Marcello, 37 anni, biologo e guida alpina abruzzese residente a Londra, potrebbe essere ancora vivo secondo la famiglia. Il fratello Gianni spiega:
Il segnale del radio satellitare in possesso di Marco viene triangolato a Londra, dove risiede la moglie del capo spedizione e sherpa del gruppo, Tenjing Phurba. Il segnale è ancora attivo e si aggiorna ogni 4 ore. La traccia in questi ultimi due giorni sarebbe chiara: il puntino che corrisponde alla sua posizione due giorni fa era in discesa e ieri in salita, segno evidente che Marco si muove e quindi è ancora in vita.
Insieme ai tre italiani hanno perso la vita anche Jakob Schreiber, alpinista tedesco, Christian Andre Manfredi, trekker francese, e due guide nepalesi, Padam Tamang e Mere Karki. Phurba Tenjing Sherpa, dell’organizzatore della spedizione Dreamers Destination, ha confermato all’agenzia AFP di aver visto tutti e sette i corpi.
Gli alpinisti italiani deceduti Cocco e Di Marcello, insieme alla guida nepalese Padam Tamang, facevano parte di una spedizione organizzata da Dreamers Destination Treks. L’alpinista tedesco Schreiber e l’italiano Kirchler, invece, erano con il team di Wilderness Outdoors, mentre l’escursionista francese Manfredi con Yatri Treks.
Tra gli alpinisti salvati che facevano parte del gruppo con Cocco e Di Marcello figurano anche l’ultrarunner francese Carole Fuchs, impegnata nella denuncia del cambiamento climatico, l’attrice e modella nepalese Chhulthim Dolma Gurung, e Raj Gurung, il primo uomo d’affari nepalese ad aver scalato l’Everest.
Le condizioni meteorologiche avverse hanno reso difficili i soccorsi e i recuperi dei corpi. Alcuni sopravvissuti hanno riferito di ritardi, apparentemente dovuti alle autorizzazioni governative necessarie per far alzare in volo gli elicotteri in questa zona impervia dell’Himalaya. Le salme dei tre alpinisti italiani verranno trasferite a Kathmandu nelle prossime ore.



