La Corte dei conti è uno degli organi più antichi e potenti dello Stato italiano, con funzioni che toccano direttamente la vita di cittadini e istituzioni. Nata il 14 agosto 1862 e inaugurata solennemente a Torino il 10 ottobre dello stesso anno, questa istituzione rappresenta un pilastro del controllo democratico sulle finanze pubbliche. La sua autorità è tale da poter fermare progetti governativi di qualsiasi portata, come dimostrato dalla recente vicenda del Ponte sullo Stretto di Messina. La Corte infatti ha negato il visto di legittimità per il progetto, con motivazioni che saranno rese note entro 30 giorni.
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La Costituzione italiana, negli articoli 100 e 103, attribuisce alla Corte dei conti un doppio ruolo fondamentale: da un lato esercita funzioni di controllo sulla gestione del bilancio dello Stato e degli enti pubblici, dall’altro svolge attività giurisdizionali, giudicando sulla responsabilità dei pubblici amministratori. Viene classificata tra gli organi ausiliari del governo, ma gode di totale indipendenza nelle sue decisioni.
La storia di questa istituzione affonda le radici negli Stati preunitari. Prima dell’unificazione italiana, diversi territori disponevano già di organismi di controllo contabile: la Camera dei conti del Ducato di Savoia risaliva addirittura al 1351, la Camera dei conti del Regno Lombardo-Veneto fu istituita nel 1771, mentre nel Regno di Napoli operava dal 1444 la Regia Camera della Sommaria, sostituita nel 1807 dalla Regia Corte dei Conti. Nello Stato Pontificio, la revisione dei conti era nota fin dal XIII secolo attraverso la Camera Apostolica.
L’organizzazione attuale della Corte dei conti è il risultato di un lungo processo normativo. Prima dell’entrata in vigore del Codice della giustizia contabile nel 2019, la normativa era estremamente frammentata, con riferimenti che risalivano al regio decreto del 1934 e numerose modifiche legislative successive. Oggi l’istituzione si articola in uffici centrali e territoriali, con una struttura complessa che garantisce capillarità sul territorio nazionale.
Al vertice della Corte dei conti si trova il Presidente, definito dalla legge come “organo di governo dell’istituto”. Accanto a lui opera il Consiglio di Presidenza, istituito nel 1988 come organo di autogoverno della magistratura contabile, con funzioni assimilabili a quelle del Consiglio Superiore della Magistratura per i giudici ordinari. Il Consiglio è composto da undici membri: oltre al Presidente della Corte, al Procuratore Generale e al Presidente aggiunto, comprende quattro membri eletti dal Parlamento tra professori universitari o avvocati con almeno vent’anni di esperienza, e quattro magistrati eletti dai colleghi. I componenti elettivi durano in carica quattro anni e non possono essere rieletti per gli otto anni successivi.
Il potere di controllo della Corte dei conti si manifesta attraverso il visto di legittimità sugli atti governativi che comportano impegni di spesa. Questo strumento permette ai giudici contabili di verificare la conformità alle leggi delle delibere che allocano risorse pubbliche. Quando la Corte nega il visto, come avvenuto recentemente per la delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto, il governo si trova di fronte a un ostacolo significativo: tecnicamente può proseguire l’iter dell’opera, ma deve adottare una delibera del Consiglio dei ministri che attesti un “superiore interesse pubblico”.
La dotazione organica della Corte dei conti conta 2.672 unità di personale, mentre il bilancio di previsione per il 2019 ammontava a 326,5 milioni di euro. La sede centrale si trova a Roma, in Viale Giuseppe Mazzini 105, ma l’istituzione opera attraverso sezioni regionali distribuite su tutto il territorio nazionale, garantendo un controllo diffuso sulla spesa pubblica locale e centrale.
Il caso del Ponte sullo Stretto ha riportato sotto i riflettori il ruolo della Corte dei conti nel dibattito pubblico. Quando i giudici contabili hanno negato il visto alla delibera che assegnava le risorse del Fondo sviluppo e coesione per il collegamento tra Sicilia e Calabria, si è scatenato uno scontro istituzionale. Il vicepremier Matteo Salvini ha definito la decisione un “grave danno per il Paese” e una “scelta politica”, mentre la premier Giorgia Meloni ha parlato di “atto di invasione”, collegando l’episodio alle riforme della giustizia in discussione al Senato.
Le opposizioni hanno letto invece la decisione come la conferma dei dubbi sulla sostenibilità dell’opera, con il Partito Democratico che ha parlato di “sonoro schiaffo” al governo. La vicenda ha sollevato interrogativi anche sulla gestione complessiva della manovra economica, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che ha commentato: “Voi pensate che il ministro dell’Economia decida tutto? Non sono né il Papa, né Trump”.



