Per la prima volta nella sua vita, don Antonio Loffredo si è fermato davanti alla televisione a guardare una fiction. Non poteva farne a meno: la serie Noi del Rione Sanità, in onda su Rai Uno, racconta la sua storia.
Ho capito l’abilità degli sceneggiatori nel tenere incollati gli spettatori a una storia. Pure io, che quelle vicende le ho vissute, nella loro versione romanzata ero curioso di vedere gli sviluppi di tutti i personaggi.
La serie televisiva porta sullo schermo una delle trasformazioni urbane più significative degli ultimi decenni: quella del Rione Sanità, quartiere nel cuore di Napoli che da luogo di criminalità e degrado è diventato una meta turistica riconosciuta a livello internazionale. Quando nel 2001 don Antonio Loffredo arriva al Rione, ordinato prete dal 1984 e reduce dall’esperienza come cappellano volontario nel carcere di Poggioreale, Napoli sembra aver voltato le spalle a uno dei suoi luoghi più antichi e simbolici. Strade dimenticate, criminalità diffusa e, soprattutto, un sentimento pervasivo di rassegnazione tra gli abitanti.
Era un quartiere complicato, ma ciò che mi aveva più colpito era la mancanza di speranza che qualcosa potesse cambiare.
La sua intuizione si è rivelata rivoluzionaria nella sua semplicità: affidarsi ai giovani del quartiere per restituire dignità al territorio. Da questa scelta nasce nel 2006 la cooperativa La Paranza, fondata insieme a sei ragazzi. Il gruppo si dà un obiettivo chiaro: partire dal patrimonio nascosto del quartiere, le Catacombe di San Gennaro, per innescare un processo di cambiamento culturale ed economico.

Nel 2008, poi, arriva la svolta. La cooperativa, infatti, vince il bando per la gestione delle Catacombe di San Gennaro. Da quel momento inizia una straordinaria rinascita. Il sito archeologico, fino ad allora sottovalutato e poco accessibile, diventa un simbolo di riscatto che attira visitatori da tutto il mondo. Ma soprattutto, dà lavoro e prospettive a decine di giovani che prima non ne avevano. Oggi sono settanta i ragazzi impiegati come guide, addetti all’accoglienza e organizzatori di eventi culturali.
Il progetto, però, non si è fermato alle Catacombe. Nel 2014 nasce la Fondazione di Comunità San Gennaro Onlus, che coordina le diverse realtà attive nel quartiere: laboratori di artigianato, iniziative culturali, progetti sociali e persino una palestra di boxe. Nel tempo, dunque, la Sanità è diventata un laboratorio vivente di economia circolare e solidarietà, un esempio studiato e ammirato anche fuori Napoli. L’impegno del sacerdote, però, si è recentemente esteso oltre i confini del rione.
Quello stesso modello socio-culturale ora lo stiamo portando avanti nel Duomo di Napoli con la Fondazione Napoli C’entro di cui sono vicepresidente. È nato il progetto Museo diocesano diffuso per valorizzare luoghi chiave della cultura e della spiritualità della nostra città e creare nuove opportunità di lavoro, sempre con il coinvolgimento dei ragazzi, finora 60.
La serie televisiva porta nelle case degli italiani questa storia di speranza e trasformazione, rendendo accessibile a un pubblico vasto una narrazione che va oltre la cronaca per diventare esempio di possibilità. Come sottolinea lo stesso don Loffredo, l’abilità degli sceneggiatori sta proprio nel saper raccontare vicende reali mantenendone lo spirito autentico, quella fiducia nei ragazzi e nel ruolo della comunità che ha reso possibile l’impossibile: ridare vita e dignità a un quartiere che sembrava perduto.
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