David Riondino è morto questa mattina nella sua casa di Roma, all’età di 73 anni. L’artista fiorentino lottava da tempo contro una malattia. Il suo nome resterà legato a decenni di musica, teatro, televisione e satira italiana, in un percorso creativo difficilmente incasellabile in un’unica etichetta. I funerali si terranno martedì 31 marzo alle ore 11 nella Chiesa degli Artisti, a Roma.
Nato a Firenze il 10 giugno 1952, figlio di un maestro elementare con frequentazioni nell’avanguardia culturale toscana, Riondino prima di diventare un artista a tempo pieno ha lavorato per dieci anni come bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale di Firenze. Un’esperienza che ha nutrito la sua curiosità intellettuale e lo ha avvicinato alla scrittura, alla poesia, alla storia.
La svolta musicale arriva negli anni Settanta, quando pubblica il primo album con l’etichetta Ultima Spiaggia. Tra la fine del 1978 e l’inizio del 1979, ottiene un’occasione straordinaria: aprire la tournée di Fabrizio De André accompagnato dalla Premiata Forneria Marconi, con Patrick Djivas e Franz Di Cioccio che avevano già suonato nel suo disco d’esordio. Una palestra artistica e umana di rara intensità.
Maracaibo, scritta insieme a Lu Colombo, diventa la colonna sonora dell’estate italiana del 1981, trasformandosi in un pezzo di culto che ancora oggi molti ricordano. Sarebbe però riduttivo fermarsi lì. Negli anni successivi Riondino firma con la stessa Colombo altri brani di successo, come Dance All Nite (1983) e Aurora (1984), continuando parallelamente una produzione più personale e meno commerciale.
Nel 1987 esce Tango dei miracoli, disco dalla genesi lunga anni — scritto nel 1982, registrato nel 1984 — pubblicato in edicola con le illustrazioni di Milo Manara. Un oggetto editoriale fuori dagli schemi, fedele alla sua idea di arte come terreno ibrido.
Collaboratore storico di riviste come Il Male e Cuore, Riondino ha incarnato per decenni l’intellettuale italiano lontano dall’accademia, quello che, come lui stesso amava definire, “trasforma la propria esperienza in qualcosa di utile per gli altri”. Il teatro diventa sempre più centrale a partire dagli anni Novanta: esordisce nel 1989 con Romanzo picaresco, poi arrivano Chiamatemi Kowalski e La commedia da due lire, entrambi realizzati con Paolo Rossi.
Nella stagione 1993–1994 condivide il palco con Sabina Guzzanti, che sarà anche sua compagna, in O patria mia, diretto da Giuseppe Bertolucci, accanto ad Antonio Catania e Paolo Bessegato. Con Guzzanti porta a Sanremo nel 1995 la canzone Troppo sole, scritta durante la lavorazione del film omonimo. Dal 1997 al suo fianco arriva anche Dario Vergassola, con cui porta in scena spettacoli dedicati tra l’altro al Don Chisciotte di Cervantes.
Al cinema esordisce con una breve apparizione in Maledetti vi amerò, film d’esordio di Marco Tullio Giordana, in cui canta dal vivo. Più tardi arriva il ruolo del guru dei fattorini in Kamikazen – Ultima notte a Milano di Gabriele Salvatores, film che lo consacra come presenza capace di muoversi tra grottesco e drammatico senza perdere misura. Nel 1997 debutta anche alla regia con Cuba libre – Velocipedi ai tropici, di cui è anche sceneggiatore.
In televisione è stato ospite e volto ricorrente di programmi come Quelli che il calcio e il Maurizio Costanzo Show, dove portava sempre un punto di vista originale, costruito su una cultura vasta e su un’ironia mai scontata. La sua capacità di improvvisare, di citare e di dissacrare nello stesso respiro lo rendeva uno dei rari intellettuali capaci di parlare sia a un pubblico colto che al grande pubblico generalista.
Si era sposato il 12 dicembre 2012 con Giovanna Savignano. Aveva una figlia, Giada, nata nel 1974 da un precedente matrimonio con Gaia Gualtieri.



