Una scoperta fatta quasi per caso ha svelato un segreto custodito per quasi tre anni. Guglielmo Gatti, condannato all’ergastolo per aver ucciso gli zii, è morto il 15 giugno 2023 nel carcere di Opera, ma nessuno ne era a conoscenza fino a pochi giorni fa.
La rivelazione è arrivata in modo inaspettato quando il Giornale di Brescia ha telefonato alla prigione milanese per richiedere un’intervista con Gatti. La risposta è stata secca e spiazzante: “È morto”. Nemmeno il suo avvocato storico, Luca Broli, sapeva nulla. “Voglio capire”, ha dichiarato il legale, sorpreso quanto tutti gli altri.
Per comprendere questa vicenda bisogna tornare all’estate del 2005, quando Brescia fu teatro di uno dei crimini più efferati della cronaca italiana. Il 30 luglio di quell’anno Gatti, che allora aveva 41 anni, uccise Aldo Donegani e Luisa De Leo, rispettivamente di 77 e 61 anni. Le due vittime erano i suoi zii e vivevano al piano inferiore della villetta di via Ugolini che condividevano con il nipote.
Quello che seguì fu ancora più agghiacciante. Gatti smembrò i corpi nel garage dell’abitazione e abbandonò i resti in zone impervie tra Provaglio d’Iseo e il Passo del Vivione, dove vennero ritrovati in momenti diversi. Ma l’aspetto forse più inquietante della vicenda fu il suo comportamento nei giorni successivi alla sparizione degli zii.
L’uomo si presentò davanti alle telecamere di televisioni locali e nazionali, tenendo in mano le fotografie di Aldo e Luisa, chiedendo pubblicamente che fine avessero fatto. Appariva angosciato, affacciato tra le sbarre del cancello di casa, dichiarando che erano “scomparsi”. Una recita fredda e calcolata.
La svolta nelle indagini arrivò quando gli esperti della scientifica ispezionarono il garage della villetta. Utilizzando il luminol, una sostanza che rivela tracce di sangue anche dopo tentativi di pulizia, fecero una scoperta drammatica. “Tutto si accese come un albero di Natale”, raccontarono poi gli investigatori durante il processo. A metà agosto furono trovati i resti dei coniugi al Passo del Vivione.
In casa di Gatti emersero prove schiaccianti: gli scontrini dell’acquisto di cesoie utilizzate per smembrare i corpi e della verdura usata per nasconderli nel baule dell’auto prima di liberarsene. Fu arrestato il 17 agosto 2005 e dal novembre 2007 era detenuto nel carcere di Opera con una condanna all’ergastolo. Negli atti giudiziari, accanto al suo nome, compariva una dicitura simbolica: “Fine pena 10-06-2110”.
Guglielmo Gatti era descritto dai vicini come un personaggio enigmatico: studente fuori corso di Ingegneria al Politecnico di Milano, taciturno, “sempre con un libro in mano”. Orfano dei genitori già prima del delitto, gli zii erano i suoi unici parenti stretti.
Durante il processo si dichiarò sempre innocente, ma quando il suo legale gli propose di chiedere una revisione, rifiutò. Aveva espresso un desiderio preciso: voleva essere dimenticato. E in qualche modo ci è riuscito. In carcere rimase isolato per scelta, trascorrendo la maggior parte del tempo nella biblioteca del penitenziario, immerso nella lettura, esattamente come faceva sul balcone della villetta di via Ugolini.
Quando morì, Gatti aveva 58 anni, mancava poco più di un mese al suo 59esimo compleanno. Le cause del decesso non sono ancora note. Al momento dell’ingresso nel carcere di Opera non aveva indicato recapiti né l’ultimo domicilio, tagliando ogni legame con il mondo esterno.
Oggi riposa al Cimitero Maggiore di Milano, in una fossa comune senza lapide, identificata solo da una croce e un numero nel registro dei decessi del Comune. Un finale anonimo per un uomo che aveva segnato la cronaca giudiziaria nazionale.
C’è un dettaglio che rende questa storia ancora più paradossale. Da agosto 2025, Gatti avrebbe potuto richiedere la semilibertà, essendo passati vent’anni dal reato. Ma era già morto da due anni. L’uomo che aveva voluto essere dimenticato ha ottenuto il suo desiderio anche nella morte, rimanendo nell’ombra per quasi tre anni prima che qualcuno se ne accorgesse.



