Il 25 settembre 2025 è la data che segna i vent’anni dalla morte di Federico Aldrovandi, lo studente diciottenne di Ferrara che perse la vita durante un controllo di polizia. Una vicenda che ha attraversato anni di battaglie legali, processi e ricorsi, diventando simbolo della lotta per la verità e la giustizia. Ripercorriamola, dunque.
Federico Aldrovandi aveva solo diciotto anni quando, nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2005, morì in via Ippodromo a Ferrara. Dopo una serata trascorsa al locale Link di Bologna, il giovane si era fatto lasciare dagli amici per rientrare a casa a piedi.
Intorno alle 5:45 del mattino, alcuni residenti della zona chiamarono le forze dell’ordine segnalando un ragazzo che urlava per strada. Questa telefonata innescò una catena di eventi che portò all’arrivo di due volanti della polizia: l’Alpha 3 con gli agenti Enzo Pontani e Luca Pollastri, seguita dall’Alpha 2 con Paolo Forlani e Monica Segatto.
Quello che accadde dopo rimane al centro di una delle vicende giudiziarie più controverse d’Italia. I quattro poliziotti descrissero Federico come un “invasato violento” che li aveva aggrediti senza motivo. Durante la colluttazione, che fu così intensa da spezzare due manganelli, il giovane morì per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia degli agenti.
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La famiglia Aldrovandi, guidata dalla madre Patrizia Moretti, non accettò la versione ufficiale. Il corpo di Federico presentava 54 lesioni ed ecchimosi, troppo numerose per essere compatibili con un semplice malore, come inizialmente sostenuto.
Il 2 gennaio 2006, Patrizia Moretti aprì un blog su internet per chiedere che fosse fatta luce sui “contorni oscuri” della vicenda. Questo gesto coraggioso accelerò le indagini e portò l’attenzione nazionale su un caso che altrimenti rischiava di essere archiviato.
L’unica testimone oculare dell’accaduto fu Annie Marie Tsagueu, una donna camerunese che abitava in via Ippodromo. La sua testimonianza fu cruciale: aveva visto gli agenti picchiare Federico, comprimerlo sull’asfalto e manganellarlo, sentendo le sue grida di aiuto fino agli ultimi respiri.
Fin dall’inizio, le perizie mediche furono al centro del dibattimento. La consulenza disposta dal pubblico ministero attribuì la morte a un’insufficienza cardiaca causata dallo stress della colluttazione e dalle sostanze assunte da Federico (alcol, ketamina e morfina in quantità minime).
I consulenti della famiglia contestarono questa versione, sostenendo che la causa della morte fu “anossia posturale” dovuta al peso di uno o più poliziotti sulla schiena del giovane durante l’immobilizzazione. Le sostanze trovate nel sangue erano infatti troppo scarse per causare la morte: l’alcol era inferiore ai limiti per guidare, la ketamina era 175 volte sotto la dose letale.
Il 10 gennaio 2007 i quattro agenti furono rinviati a giudizio per omicidio colposo. Il processo rivelò dettagli inquietanti: dalle registrazioni della centrale operativa emergeva chiaramente la voce di un poliziotto che diceva: “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto“.
Il 6 luglio 2009 arrivò la sentenza di primo grado: il giudice Francesco Maria Caruso condannò i quattro poliziotti a 3 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo con “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”. La condanna fu confermata in appello nel 2011 e resa definitiva dalla Cassazione il 21 giugno 2012.
Nonostante la condanna definitiva, i quattro poliziotti beneficiarono dell’indulto del 2006, che ridusse la pena da 42 a soli 6 mesi di carcere effettivo. Nel 2013 entrarono in prigione per scontare questi ultimi mesi, ma Monica Segatto fu scarcerata dopo appena un mese grazie al decreto “svuota-carceri”.
Nel gennaio 2014, tre dei quattro agenti tornarono in servizio, destinati a mansioni amministrative. La Corte dei Conti dispose inoltre il sequestro dei loro beni per circa 1.870.000 euro, corrispondenti al risarcimento che il Ministero dell’Interno aveva versato alla famiglia Aldrovandi.
Parallelamente al processo principale, si sviluppò un’altra inchiesta sui presunti depistaggi e omissioni nelle indagini iniziali. Nel marzo 2010, il processo “Aldrovandi bis” portò alla condanna di tre funzionari di polizia:
Paolo Marino, dirigente dell’Ufficio Prevenzione Generale, fu condannato a un anno per aver indotto in errore il pubblico ministero. Marcello Bulgarelli, responsabile della centrale operativa, prese dieci mesi per omissione e favoreggiamento. Marco Pirani fu condannato a otto mesi per non aver trasmesso tempestivamente i documenti delle indagini.
Questo processo confermò l’ipotesi che ci fossero stati tentativi di ostacolare le indagini fin dai primi momenti.
Oggi, nel ventesimo anniversario della morte, Ferrara commemora Federico con eventi speciali e altre città come Marzabotto hanno intitolato luoghi pubblici alla sua memoria.



