Nel giorno in cui un neurologo le disse, con freddezza, che aveva la sclerosi multipla, Francesca Mannocchi, una delle più brave reporter di guerra italiana strinse il compagno e pianse. Le lacrime si esaurirono tutte in quel momento, perché da lì in avanti non lo avrebbe fatto più per anni. In un’intervista rilasciata a Tommaso Labate per il Corriere della Sera la giornalista ha raccontato la sua vita con la malattia, il rapporto col figlio, che non la vede mai in TV e quella poca tendenza a credere alle favole che l’ha sempre contraddistinta fin da bambina.
Partiamo dalla diagnosi di sm, arrivata dopo che, una mattina, si era svegliata con una parte del corpo totalmente bloccata. Sarebbe dovuta partire di lì a breve per Mosul con il compagno, Alessio Romenzi. Non lo fece:
“Di quel giorno mi è rimasto soprattutto il colore del linoleum della clinica privata e la glacialità del neurologo, che dopo essersi fatto pagare profumatamente una risonanza magnetica d’urgenza mi freddò senza neanche prepararmi un minimo alla diagnosi. ‘Ma lei dove vuole andare nel suo stato?’“
Sulla sclerosi dice:
“La mia malattia e la guerra sono simili. Negli ultimi anni, da quando ho fatto pace con la presenza della malattia nella mia vita, questa è diventata un nuovo strumento per guardare e raccontare le cose del mondo con linguaggi diversi“.
Se prima le sarebbe bastato il solo reportage televisivo, oggi Mannocchi sente il bisogno di esplorare altri linguaggi narrativi, come il teatro, per raggiungere un pubblico diverso. Ha infatti avviato una tournée nei teatri italiani con lo spettacolo “Crescere, la guerra”, accompagnata dal musicista Rodrigo D’Erasmo, violinista dei Subsonica.
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Nata in una famiglia umile del quartiere romano di Prima Porta, Mannocchi ha costruito la sua carriera giornalistica partendo dalle radio romane del mondo della sinistra radicale, da Radio Città Futura a Radio Città Aperta, passando per l’esperienza del canale satellitare Nessuno TV. Oggi lavora per la televisione italiana, soprattutto per La7, e internazionale, e scrive per diversi giornali. Ora, è madre di Pietro.
“Quando vedi le mutilazioni dei bambini, quando incontri un bambino palestinese evacuato a Doha a cui mancano nove delle dieci dita e con quel dito vedi che cerca in tutti i modi di prendere una penna, ecco, quella è una cosa che segna un’incolmabile distanza tra te e il vicino di casa di Roma che si lamenta per il mal di testa o l’amica disperata per il traffico“.
Dal giorno della diagnosi sono passati diversi anni. Dopo sette anni in cui non aveva pianto, Mannocchi ha ricominciato a farlo, ma non ha detto per cosa. Giustamente.



