Donald Trump ha dichiarato al Financial Times di voler “prendere il petrolio dell’Iran” e di non escludere l’occupazione militare dell’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero del paese. Nel frattempo, migliaia di soldati americani continuano ad affluire in Medio Oriente. Il conflitto, giunto al trentesimo giorno, non accenna a fermarsi, mentre sul tavolo opposto si trattano le condizioni per un possibile cessate il fuoco mediato dal Pakistan.
Kharg gestisce il 90% delle esportazioni di greggio iraniane. È una striscia di terra corallina lunga circa otto chilometri, posizionata a una trentina di chilometri dalla costa, con acque abbastanza profonde da ospitare le superpetroliere più grandi al mondo, una caratteristica rara nel Golfo Persico, dove gran parte delle coste è troppo bassa per permettere l’attracco di queste navi. Distruggerla o occuparla significherebbe tagliare quasi interamente l’economia di Teheran.

Il 13 marzo, l’aviazione americana aveva già colpito l’isola con uno dei raid più imponenti mai condotti in Medio Oriente: oltre novanta obiettivi militari distrutti, inclusi depositi di mine navali e bunker missilistici. Le infrastrutture petrolifere erano state risparmiate. Trump aveva scritto su Truth Social di aver scelto deliberatamente di non toccare i pozzi, aggiungendo però che avrebbe “riconsiderato immediatamente” quella decisione se l’Iran avesse continuato a bloccare il transito nello Stretto di Hormuz.
Le parole di Trump al Financial Times non lasciano molti margini di interpretazione. “La mia cosa preferita sarebbe prendere il petrolio in Iran”, ha detto il presidente, liquidando chi critica questa posizione come “gente stupida”. Sull’occupazione di Kharg ha glissato senza smentire: “Forse la prendiamo, forse no. Abbiamo molte opzioni.” Ha poi aggiunto che un’eventuale presenza militare sull’isola richiederebbe una permanenza prolungata, e che l’Iran non avrebbe le capacità per difenderla efficacemente.
I fatti raccontano però un’altra storia. Secondo fonti dell’intelligence americana citate dalla CNN, l’Iran ha spostato sull’isola sistemi missilistici portatili terra-aria, disseminato mine anti-uomo e anti-carro lungo le spiagge e rinforzato le difese perimetrali nelle ultime settimane. Il Parlamento iraniano, per voce del suo presidente Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che qualsiasi tentativo di invasione scatenerà attacchi senza restrizioni contro “tutta l’infrastruttura vitale” dei paesi della regione coinvolti nell’operazione.
Sul terreno, il dispiegamento americano è già massiccio. Tre diverse unità di Marines sono in rotta verso il Golfo Persico, specializzate in operazioni anfibie rapide, raid e sbarchi. A queste si aggiungono circa tremila paracadutisti della 82esima Aviotrasportata. Secondo fonti dell’amministrazione citate da Axios, il piano più discusso prevederebbe ancora due o tre settimane di bombardamenti per degradare ulteriormente le capacità iraniane, seguite da un’occupazione dell’isola da usare come leva negoziale, sintesi efficace di un funzionario che ha descritto la logica così: “prendere l’isola e tenerli per il collo fino all’accordo.”
Gli analisti militari, tuttavia, avvertono che l’operazione potrebbe rivelarsi più rischiosa del previsto. L’ammiraglio in pensione Mark Montgomery ha osservato che anche con Kharg in mano americana, l’Iran conserverebbe il controllo dello Stretto di Hormuz e potrebbe semplicemente “chiudere il rubinetto dall’altra parte”.
Mentre i militari pianificano, i diplomatici trattano. Il Pakistan si è offerto come mediatore e ha definito “molto produttivi” i colloqui avvenuti a Islamabad tra i ministri degli Esteri di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Trump ha dichiarato che l’Iran ha già accettato “gran parte” dei quindici punti americani. Sul campo, però, le bombe continuano a cadere: l’aviazione israeliana ha colpito infrastrutture elettriche in tutto il territorio iraniano, l’AIEA ha confermato che l’impianto a pesante di Khondab è fuori uso, e nella notte del 29 marzo è stata la Tabriz Petrochemical Company, nel nord-ovest del paese, a finire nel mirino.
I mercati riflettono il caos: il greggio Brent ha superato i 116 dollari al barile, con un aumento del 40% dall’inizio del conflitto. L’Australia ha introdotto il trasporto pubblico gratuito in due stati per alleggerire il peso del caro carburante sui cittadini. E il Kuwait ha denunciato un attacco iraniano a un impianto di desalinizzazione, con un lavoratore indiano ucciso.



