Il governo italiano ha tentato di ridefinire cosa significa “montagna” nel nostro Paese, ma il decreto è stato fermato proprio ieri dalla Conferenza Unificata dopo proteste trasversali da parte di Regioni, enti locali e comunità scientifiche. La posta in gioco? Milioni di euro di finanziamenti destinati ai territori montani e il futuro di oltre 1.300 comuni che rischiano di perdere questo status.
Il piano del ministro Roberto Calderoli prevedeva di passare dai 4.201 comuni montani attuali a soli 2.844, utilizzando criteri rigorosi basati principalmente su altitudine e pendenza del terreno. Per essere considerato montano, un comune dovrebbe avere almeno il 25% del territorio sopra i 600 metri di altezza e il 30% della superficie con pendenze superiori al 20%. Un secondo criterio include i comuni con altitudine media sopra i 500 metri, pensato per includere zone appenniniche e delle isole maggiori. Infine, vengono considerati anche i comuni “interclusi”, cioè completamente circondati da territori montani, purché abbiano un’altitudine media di almeno 300 metri.
Secondo questi parametri, i comuni montani coprirebbero il 40% della superficie nazionale e ospiterebbero 7,8 milioni di abitanti. Il ministro ha anche annunciato disponibilità ad aggiungere altri comuni interclusi, arrivando quasi a quota 2.900.
I fondi in ballo sono tutt’altro che simbolici: 40 milioni per la sanità, 16 milioni per aiutare le giovani coppie a restare in montagna, 18,5 milioni per il telelavoro, oltre a risorse per agricoltura, startup, scuole e banda larga. Perdere la qualifica di “comune montano” significa restare fuori da questi finanziamenti, con conseguenze drammatiche per piccoli centri già in difficoltà.
Le situazioni paradossali non mancano. L’isola d’Elba, con il monte Capanne che supera i mille metri, non rientra nel novero dei comuni montani, e lo stesso vale per Vieste nel Gargano. Cinquantasei mila abitanti di Cuneo diventano tutti montanari, mentre i 4.100 di Revello no. In Emilia-Romagna il taglio sarebbe devastante: dai 121 comuni montani attuali si passerebbe a soli 71, con una perdita del 41%.

Le sei principali associazioni scientifiche di geografia italiana hanno lanciato un duro attacco al governo, definendo l’approccio una “sforbiciata giustificata solo dai tagli di spesa” che ignora la complessità dei territori montani. Elena Dell’Agnese, presidente dell’Associazione italiana geografi e geografe, ricorda che la geografia italiana dagli anni Cinquanta sostiene la necessità di criteri multicriteriali, che considerino non solo altitudine e pendenza, ma anche isolamento, densità di popolazione, disponibilità di servizi e caratteristiche storiche e culturali.
Gli esperti accusano il decreto di favorire le aree alpine del Nord a scapito dell’Appennino, perpetuando i divari territoriali. La commissione incaricata di elaborare i criteri comprendeva rappresentanti di Valle d’Aosta, Abruzzo, Sardegna, Veneto, Piemonte e Lombardia, ma nessun territorio dell’Italia centrale, alimentando sospetti di squilibrio.
Ieri il governo ha accolto la richiesta di rinviare l’esame del decreto, che avrebbe dovuto essere approvato entro oggi, 19 dicembre. Lunedì prossimo Calderoli incontrerà le Regioni per cercare un compromesso. Le comunità scientifiche hanno offerto la loro collaborazione per ridefinire una classificazione che tenga conto della reale complessità del territorio italiano, superando una visione puramente topografica della montagna.
Resta da vedere se il confronto porterà a modifiche sostanziali o se prevarrà la logica dei conti pubblici sulle esigenze delle terre alte, sempre più colpite da spopolamento e abbandono.



