Donald Trump non si ferma. Il presidente americano ha dichiarato che intende colpire anche l’importazione di film prodotti fuori dagli USA, con l’introduzione di un dazio del 100%. L’annuncio, diffuso tramite il suo social Truth Social, è l’ultimo capitolo di una politica commerciale aggressiva che punta a proteggere l’industria nazionale. E, nello specifico, Hollywood. Secondo Trump, i film stranieri rappresentano non solo una minaccia economica, ma anche un rischio per la sicurezza nazionale. Il motivo? Veicolano messaggi e propaganda dannosi per l’identità americana. Ora la domanda nasce spontanea: cosa può cambiare per le produzione europee ed extraeruopee? La questione va valutata in maniera attenta perché i film non sono beni materiali ma proprietà intellettuali. Rientrano cioè nella categoria dei servizi, esclusa dai dazi doganali tradizionali.
Questo vuol dire che più che di dazi si parla di barriere commerciali. Anche se non è ancora chiaro se il discorso riguarderà anche i film distribuiti via streaming e come verrebbe calcolata l’origine geografica di un prodotto audiovisivo.

Trump ha puntato molto sulla difesa del “prodotto” Hollywood. Subito dopo la sua elezione aveva nominato tre ambasciatori del cinema americano, Mel Gibson, Sylvester Stallone e Jon Voight. Il problema, secondo il Capo della Casa Bianca è che tutte le grandi produzioni stanno fuggendo dagli States, ingolosite dai prezzi più bassi della manodopera extra americana e da migliori trattamenti fiscali Oltreoceano.
Secondo i dati dell’analisi annuale di ProdPro, la spesa per le produzioni cinematografiche negli Stati Uniti è diminuita del 26% dal 2022, mentre Australia, Regno Unito, Canada e Nuova Zelanda hanno visto un aumento. Grandi produzioni come Deadpool & Wolverine, Wicked e Gladiator II sono state girate fuori dagli Stati Uniti nonostante siano film di studi americani.
Le risposte non si sono fatte attendere.
Australia e la Nuova Zelanda hanno espresso pieno sostegno alle rispettive industrie cinematografiche. La Cina ha già ridotto la quota di film americani ammessi nel Paese, citando come motivo le politiche tariffarie “sbagliate” degli USA.



