La questione legata al ministro del Turismo, Daniela Santanchè, sta tenendo banco nelle ultime ore, dopo l’invito da parte della premier Giorgia Meloni a dimettersi. Un invito, molto fermo nei toni, arrivato dopo le doppie dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, all’indomani della sconfitta referendaria. Al momento, Santanchè non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro, aprendo scenari molto complessi in cui rientra anche una possibile sfiducia. Ma cosa significa davvero sfiduciare un ministro e perché questo strumento viene usato così spesso dalle opposizioni nonostante risulti quasi sempre inefficace?

Per comprendere il meccanismo della sfiducia occorre partire dal rapporto che lega il Governo al Parlamento. In Italia i cittadini non eleggono direttamente il Presidente del Consiglio e i ministri ma è il Presidente della Repubblica che, dopo le consultazioni con i leader dei principali partiti, affida a un soggetto l’incarico di formare il Governo. Questa persona sceglie i ministri e, dopo aver prestato giuramento, presenta il Governo al Parlamento.
L’articolo 94 della Costituzione stabilisce che entro 10 giorni dalla sua formazione il Governo deve chiedere e ottenere la fiducia alle Camere. Questa fiducia non è immutabile: ciascuna Camera può revocarla con una mozione motivata votata per appello nominale. Il Governo esiste quindi solo finché persiste la fiducia del Parlamento. Se questa viene revocata, il Governo cade.
La mozione di sfiducia rappresenta la dichiarazione formale con cui alcuni parlamentari esplicitano il venir meno della fiducia. Deve essere presentata da almeno un decimo dei componenti della Camera e tra la presentazione e la votazione devono trascorrere almeno tre giorni. Il voto avviene per appello nominale, con ogni parlamentare che dichiara pubblicamente il proprio orientamento. La mozione, inoltre, è approvata se vota a favore la metà più uno dei componenti della Camera o del Senato, costringendo il Governo alle dimissioni.
La Costituzione prevede esplicitamente solo la mozione di sfiducia all’intero Governo, non quella rivolta ai singoli ministri. Quest’ultima è una prassi consolidata soltanto a partire dagli anni Ottanta, che offre uno strumento per affrontare situazioni di crisi politica o di grave responsabilità individuale all’interno dell’Esecutivo. L’articolo 115 del Regolamento della Camera stabilisce che alla mozione di sfiducia individuale si applica la stessa disciplina prevista per quella diretta all’intero Governo.
I numeri rivelano però un dato sorprendente: a fronte di più di 80 mozioni presentate nella storia repubblicana, solo una ha portato alle dimissioni del ministro. Nel 1995 Filippo Mancuso, Ministro della Giustizia del Governo Dini, fu sfiduciato dopo aver avviato una serie di ispezioni giudiziarie sul comportamento del pool di Mani Pulite. La sua iniziativa e le contestazioni alle indagini della procura di Palermo sulla mafia gli procurarono le feroci critiche della coalizione che sosteneva il governo.
La sentenza della Corte ha chiarito le conseguenze dell’approvazione di una mozione di sfiducia individuale: se approvata comporta l’obbligo di dimissioni per il ministro in questione. Quando questi non si dimette, il Presidente del Consiglio dei ministri deve sostituirlo. Spetta al Presidente della Repubblica adottare, su proposta del Premier, il decreto con il quale conferire al Presidente del Consiglio la titolarità ad interim del Ministero in sostituzione del ministro sfiduciato.
La Costituzione italiana, però, non prevede la possibilità per il Presidente del Consiglio di proporre al Capo dello Stato la revoca di un ministro, a differenza di quanto accade in molte altre democrazie parlamentari. Come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, la revoca è una prerogativa troppo rilevante per poter essere ammessa senza essere esplicitamente prevista. L’articolo 92 della Costituzione stabilisce che il Presidente della Repubblica nomina i ministri su proposta del Presidente del Consiglio, ma non contempla il processo inverso.
Se i numeri dimostrano la scarsa efficacia dello strumento, perché le opposizioni continuano a presentare mozioni di sfiducia? In Italia la mozione persegue più obiettivi politici e di comunicazione che quello di far dimettere il ministro in questione. Rappresenta un’occasione per mettere al centro del dibattito politico e mediatico un ministro o la vicenda che accompagna la richiesta di sfiducia.
Il caso Santanchè ne è un esempio emblematico. Il Ministro del Turismo nel corso di questa legislatura ha raccolto il maggior numero di mozioni di sfiducia, con tre votazioni. Il 17 gennaio è stata rinviata a giudizio per falso in bilancio nell’ambito del caso Visibilia Editore e il 20 marzo è iniziato il processo a suo carico. La ministra è inoltre indagata dalla procura di Milano per bancarotta nell’ambito del fallimento di Bioera Spa, società di cui è stata presidente fino al 2021, oltre a essere coinvolta in altre due inchieste.
Nonostante la gelida nota di Palazzo Chigi che auspicava dimissioni sulla linea di sensibilità istituzionale mostrata da altri membri del governo, Santanchè non ha presentato le dimissioni. E dunque, se non riuscirà a ottenere il passo indietro tanto auspicato, Giorgia Meloni ha una sola via per sollevare la ministra dalla poltrona senza passare per una crisi di governo: votare una mozione di sfiducia individuale in Parlamento.
Le mozioni di sfiducia individuali, quindi, restano uno strumento prevalentemente simbolico nel panorama parlamentare italiano. La loro approvazione richiede una convergenza politica ampia e trasversale che raramente si verifica, rendendo questo meccanismo più efficace come strumento di pressione mediatica che come effettivo mezzo di rimozione di un ministro dall’incarico.



