L’aumento dello stipendio a 311mila euro all’anno per il presidente del Cnel, Renato Brunetta, ha scatenato un terremoto politico che ha coinvolto governo e opposizioni. La notizia dell’adeguamento-lampo dei compensi massimi al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha irritato palazzo Chigi e il ministero dell’Economia, con malumori che sono montati in privato nonostante ufficialmente nessuno sia uscito allo scoperto.
Il provvedimento è stato votato l’11 settembre dall’ufficio di presidenza del Consiglio nazionale, guidato proprio da Brunetta, e ratificato a fine ottobre dal segretario generale. La decisione prevede che il ritocco delle indennità parta dall’1 agosto, tre giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la soglia per le remunerazioni pubbliche.
Lo stipendio di Brunetta passa così da 250mila euro a 311mila euro all’anno, con un incremento di oltre 60mila euro. Un anno e mezzo fa, il presidente del Cnel aveva ricevuto per la prima volta un compenso per il suo incarico, grazie a un articolo inserito nel decreto Pnrr del marzo 2024 che consentiva al presidente e ai componenti di ricevere una nuova retribuzione, nonostante la legge del 2012 che vieta incarichi retribuiti nella pubblica amministrazione a chi è in pensione.
L’adeguamento riguarda non solo Brunetta ma tutti i vertici dell’ente, con un aumento complessivo di 1,5 milioni di euro per i dirigenti e 200mila euro per lo staff, facendo raddoppiare la spesa per le retribuzioni del Cnel. Dal Consiglio nazionale fanno sapere che si tratterebbe di un “allineamento ai parametri di altri organi costituzionali”.
La reazione delle opposizioni non si è fatta attendere. Il Movimento 5 stelle ha annunciato un’interrogazione parlamentare rivolta direttamente alla premier Giorgia Meloni e al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il deputato Dario Carotenuto ha definito l’operazione “indecente”, sottolineando come l’attuale numero uno del Cnel sia stato il paladino anti-fannulloni all’epoca del governo Berlusconi e abbia definito il salario minimo di 9 euro all’ora dannoso per gli stipendi.
Quello che è venuto fuori è di una gravità inaudita.
Renato Brunetta, in qualità di Presidente dell’utilissimo CNEL, si è appena auto-aumentato lo stipendio da 250mila a 310mila euro l’anno.
E, insieme a lui, quello di tutti i suoi dirigenti. pic.twitter.com/RcAphNxpmM
— Claudio D’Amico (@claudiodamico72) November 6, 2025
La deputata e vicepresidente del Pd Chiara Gribaudo ha scritto sui social: “Evidentemente Brunetta non ha nulla contro il salario massimo appena venuto meno il tetto. C’è una totale mancanza di vergogna che sconcerta ma non stupisce”. Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra ha parlato di “destra avida e predatoria” che prevede grandi aumenti per se stessi e briciole per gli altri.
Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha legato la vicenda alla manovra in esame al Senato: “Il Cnel ha deliberato un aumento di 1,5 milioni per i vertici. Meloni non trova i soldi per aumentare gli stipendi al ceto medio ma li trova per il poltronificio di Brunetta“. Francesca Druetti della segreteria di Possibile ha sollevato un’amara ironia: “Se questo genere di determinazione fosse stata dedicata a tutti gli italiani, e non solo a quelli come Brunetta, il nostro paese avrebbe il salario minimo già da anni”.
Anche all’interno del governo i malumori sono evidenti. Uno dei più irritati è il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che da settimane ripete di evitare fughe in avanti sul tetto delle indennità dei manager pubblici. “L’aumento deve riguardare non oltre 10-12 manager pubblici”, aveva dichiarato. Una tesi che trova d’accordo anche Giorgetti.
Era giunta voce di una circolare per frenare il comportamento di alcuni manager, ma di fatto non risulta ancora alcun intervento legislativo. Il governo mastica amaro, ma di fatto resta inerte e ingoia le fughe in avanti. Prima il caso dell’Inps, che aveva previsto indennità aggiuntive oltre il limite fissato, ora il Cnel.
La premier Meloni chiede da mesi prudenza a tutti i ministeri quando si tratta della gestione delle risorse pubbliche, ma le sue parole restano inascoltate anche da enti che si sono sempre più avvicinati al governo, come il Cnel di Brunetta. Un pasticcio politico che alimenta la percezione di un sistema in cui chi predica austerità per gli altri trova poi le risorse per aumentare gli stipendi ai vertici.



