Gli Emirati Arabi Uniti hanno negato con forza le notizie israeliane secondo cui avrebbero preso di mira un impianto di desalinizzazione in Iran, di fatto prendendo parte attivamente alla guerra contro l’Iran. Il ministero degli Esteri afferma che in “autodifesa” contro “l’aggressione iraniana”, gli Emirati Arabi Uniti non cercano un’escalation, ma si riservano il pieno diritto di garantire la propria sicurezza. “Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, scrive su X il presidente del Consiglio Nazionale Federale degli Emirati Arabi Uniti per gli Affari Esteri, Interni e Difesa, Rashid Al Nuaimi.
Dunque, per il momento, un attacco che sarebbe epocale per la storia recente del Golfo Persico, non c’è stato. Questo non vuol dire però che la situazione non sia sull’orlo dell’abisso.
A confermare la gravità del momento è il presidente emiratino Sheikh Mohamed bin Zayed al-Nahyan, che ha dichiarato pubblicamente, per la prima volta dall’inizio dell’operazione militare, che il Paese si trova in “tempo di guerra”. Le sue parole, riprese da Haaretz e da numerosi media internazionali, non lasciano spazio a interpretazioni: “Non siamo una preda facile. Abbiamo la pelle dura e la carne amara.”

Il bilancio pubblicato dal governo di Abu Dhabi sul proprio profilo X restituisce la dimensione reale di quanto sta accadendo nel Golfo:
- 238 missili balistici rilevati: 221 abbattuti, 15 caduti in mare, 2 sul territorio nazionale.
- 1.422 droni iraniani individuati: 1.342 intercettati, 80 caduti in territorio emiratino.
- 8 missili da crociera rilevati e distrutti.
- 4 morti (cittadini pakistani, nepalesi e bengalesi) e 112 feriti di 19 nazionalità diverse.
Tra le vittime non ci sono soltanto residenti degli Emirati: i feriti provengono da Egitto, Sudan, Etiopia, Filippine, Pakistan, India, Bangladesh, Sri Lanka, Azerbaigian, Yemen, Uganda, Eritrea, Libano, Afghanistan, Bahrein, Comore e Turchia. Un dato che rispecchia la composizione cosmopolita della forza lavoro emiratina.
Nel fine settimana, la televisione pubblica israeliana Kan ha riportato che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha avuto un colloquio telefonico diretto con il presidente emiratino proprio in merito agli attacchi iraniani. Un segnale di coordinamento tra i due Paesi che, formalmente, hanno normalizzato le relazioni nel 2020 con gli Accordi di Abramo.
Teheran, da parte sua, non arretra. Il capo della magistratura iraniana Gholamhossein Mohseni Ejei ha dichiarato che la Repubblica islamica dispone di prove secondo cui alcuni Paesi della regione avrebbero messo il proprio territorio a disposizione dei nemici dell’Iran, e che per questo motivo “i pesanti attacchi contro questi obiettivi continueranno”. Una posizione in netta contraddizione con le scuse pubbliche espresse dallo stesso presidente iraniano Masoud Pezeshkian verso i vicini colpiti.
Il coinvolgimento degli Emirati, anche solo come segnale, introduce una variabile inedita nel conflitto. Abu Dhabi non è un attore qualsiasi: è uno dei centri finanziari più influenti del mondo, sede dell’aeroporto più trafficato per i voli internazionali (Dubai), e ospita basi militari occidentali. Una sua partecipazione attiva, persino limitata, allargherebbe in modo significativo il perimetro geografico e politico del conflitto nel Golfo.
Il Ministero della Difesa emiratino ha comunicato di essere “pienamente preparato ad affrontare qualsiasi minaccia” e che risponderà “con fermezza” a ogni tentativo di compromettere la sovranità del Paese. Parole che, nell’attuale contesto, pesano quanto i missili.



